Ucciso il 30 aprile 1982. Pio La Torre, la lotta contro la mafia

di aldocimmino

Storia e formazione politico-culturale dell`uomo che diede il contributo più grande alla legislazione antimafia

«Vigliacchi, vigliacchi!» Solo questo riuscì ad urlare un istante prima che il suo corpo fosse crivellato di colpi. Pio La Torre muore cosi, a Palermo, sotto il piombo mafioso il 30 Aprile 1982 insieme all’amico e collega di partito Rosario Di Salvo.

La scena, quella mattina, all’arrivo degli inquirenti, è straziante. La Torre è stato ammazzato e i colpi di arma da fuoco che hanno attraversato il suo corpo hanno restituito l’immagine di un uomo che ha sempre resistito. La posizione delle gambe, che fuoriuscivano dal finestrino dell’auto nella quale viaggiava, ha fatto intuire, ai primi tra forze dell’ordine e giornalisti che accorsero sul luogo dell’omicidio, che Pio La Torre, al momento dell’agguato, avesse reagito. Quella di La Torre, infatti, è proprio la storia di un uomo che seppe sempre reagire in grado di avanzare sul fronte della lotta alle ingiustizie e quello del contrasto alla mafia.

La sua storia comincia con il riscattare se stesso è la sua condizione sociale resistendo alla volontà paterna. È Pio La Torre, infatti, che reagisce alla decisione del padre di volerlo con sè nel lavoro nei campi. Lui vuole andare a scuola e dimostrare che la sua sorte non era già segnata, per il solo fatto di essere figlio di un contadino. È Pio La Torre, tra il 1949 e il 1950, a reagire per garantire effettivamente i diritti dei contadini alle terre incolte controllate da campieri e mafiosi. Determinato, La Torre, ingaggia uno scontro con l’allora prefetto di Palermo, che aveva un ruolo centrale nell’emanazione dei decreti per l’assegnazione delle terre. Lotti che erano al centro degli interessi in gioco, che già allora erano il risultato di una forte commistione tra potere politico e mafioso. La Torre, allora, decide di animare il movimento per l’occupazione pacifica delle terre. Il 10 marzo 1950 è alla testa di uno dei più grandi cortei che partono alla volta di Bisacquino, in provincia di Palermo. Ma le forze dell’ordine avevano avuto istruzioni precise. Cercare lo scontro. Ed è, ancora, Pio La Torre a frapporsi tra il progetto “istituzionale” di omicidio politico del movimento di occupazione e la tutela dei diritti dei contadini poverissimi. I vasti possedimenti, però, devono restare, inutilizzati, ai potenti mafiosi. I contadini sono provocati e messi alle strette. Partono le cariche della polizia. I contadini reagiscono. Sono esasperati, stanno addirittura per ammazzare un maresciallo dei carabinieri. Pio lo impedisce. Rimprovera i contadini di stare cedendo alle provocazioni. Ricorda loro che i proiettili non piegheranno la loro dignità. L’esito di questa battaglia, però, fa registrare un bilancio negativo a carico del movimento e nella confusione generale Pio La Torre viene arrestato e condotto al carcere dell’Ucciardone.

L’11 marzo 1950 per La Torre comincia un nuovo periodo di prova. È ancora lui a resistere e reagire all’assurdità del suo arresto e al complotto che viene ordito alle sue spalle per metterlo politicamente, e non solo, fuori gioco. Fatti inventati supportati da false testimonianze e prove costruite. Verranno smontate ad una ad una solo dopo 17 mesi di carcere preventivo, illegittimo, che La Torre è costretto a subire. Anche perché “lo Stato” aveva dato una bella lezione a La Torre e al Pci che, fino a quel momento, si era proprio assestato sulle linee guida del giovane dirigente della federazione di Palermo.

Il suo impegno prosegue, ma questa volta assume forme e contesti diversi. Su proposta dell’allora segretario provinciale del Pci, Bufalini, viene candidato alle elezioni comunali del 25 maggio 1952. Viene eletto. La Torre è finalmente consigliere comunale. Per il sindaco democristiano Scaduto e la sua maggioranza sono mesi di fibrillazione. Il consigliere La Torre è sempre più determinato e preparato. I suoi sono sempre interventi di denuncia circostanziati e attendibili, che mettono in difficoltà una maggioranza collusa e compiacente con il potere mafioso. Durante le sedute del consiglio comunale, fa i nomi dei mafiosi e dei politici e degli amministratori invischiati con il malaffare. Porta in aula i documenti che attestano il patto scellerato che il potere politico-amministrativo aveva stretto con il potere mafioso. Denunce che sono piene di atti che dimostrano una politica connivente con la mafia. Nella gestione del mercato ittico. Nella gestione della nettezza urbana. Nella speculazione edilizia. Favorita dall’inerzia, mafiosa, del Comune di Palermo che, allora, non aveva i piani regolatori. Cosi fruttavano al massimo le operazioni private su proprietà frazionate, che intanto acquistavano grande valore economico. Denunce che permettono, a Pio La Torre, di percepire il passaggio dalle campagne alle città. Un processo di trasformazione che la mafia aveva abbondantemente compiuto. La Torre sa che è necessario cambiare strategia e che se l’occupazione delle terre incolte riuniva in una sola azione la lotta per i diritti e quella antimafia, ora bisogna rinnovare l’impegno politico in tal senso. La sua lungimiranza permette al Partito comunista italiano (Pci) di essere in prima linea nella resistenza antimafiosa. Ma soprattutto di essere quel soggetto politico in grado di leggere la realtà perché immerso in essa. Non a caso, Pio La Torre, dettò per trent’anni le linee guida dell’azione politica del Pci in Sicilia e non solo.

Poi la svolta. La Torre viene eletto deputato nel 1972. Alla fine degli anni ’70 lavora ad una proposta di legge che non vedrà mai approvata. Si tratta del progetto di legge più importante che si sia formulato nella storia della legislazione antimafia italiana. La Torre aveva capito che le dimensioni economiche, sociali e politiche della mafia avevano raggiunto livelli altissimi. Ma lo Stato italiano non era sufficientemente armato. Cosi prospetta un nuovo modo di pensare la mafia e quindi di combatterla. E propone quello che tutti oggi conosciamo come il 416bis del codice penale. La definizione giuridica del reato di associazione mafiosa e la conseguente sottrazione dei patrimoni alle cosche. Ma adesso è troppo. La mafia non poteva più sopportare oltre. E così alle nove e ventinove del 30 aprile 1982 La Torre è trucidato dalla mafia.

Oggi, a distanza di trent’anni dalla sua morte, non si può fare a meno di avvertire quel fervore politico, proprio di un uomo che ebbe la capacità di declinare impegno politico e istituzionale con la passione e l’ardore per i diritti civili. Un uomo che ebbe la capacità di comprendere che la lotta alla mafia doveva, e deve, necessariamente passare per l’affermazione dei diritti e delle autonomie di tutti i cittadini.

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