Capaci, “vi perdono ma inginocchiatevi”

di aldocimmino

Le parole di Rosaria Costa, dopo vent’anni, risuonano come un richiesta di giustizia, ma la verità è ancora lontana

“Vi perdono ma inginocchiatevi”. Le parole di Rosaria Costa, vedova dell’agente di scorta Vito Schifani, erano rivolte, durante i funerali di Giovanni Falcone e degli altri due agenti Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, agli uomini della mafia “perché –continuò – ci sono qua dentro”.

Parole rivelatrici di una mafia che si compone di uomini d’onore e pezzi delle Istituzioni. La precisazione era opportuna, durante i funerali di Stato, che furono celebrati il 25 maggio 1992. Una parte di Stato, infatti, “piangeva” quella parte di Stato che aveva fatto ammazzare. Gli uomini della mafia, che erano presenti quel giorno, non erano gli esponenti della mafia dei gabellotti e dei campieri di fine Ottocento. O la semplice mafia stragista, rappresentata dall’ala militare di Cosa Nostra.

Forse, Rosaria Costa, faceva riferimento ad altra mafia. Quelle “menti raffinatissime”, di cui parlò Falcone, quando fallì l’attentato all’Addaura nell’estate del 1989. E non è particolarmente piacevole ribadire, ogni anno, la responsabilità dello Stato in quelle stragi del ’92. Nonché il tradimento che si consumò ai danni di chi decise di svolgere il suo ufficio, onorando lo Stato e i diritti costituzionali di tutti i cittadini. Ogni anno, però, è l’occasione per non dimenticare, non solo Falcone, Borsellino, Morvillo e gli altri, che anche prima di loro caddero in questa guerra contro la mafia. Specialmente per non dimenticare il coinvolgimento di pezzi delle Istituzioni, nelle vicende che segnarono per sempre la storia del nostro Paese.

Quelle stragi non si cancellano. Non si cancellano quelle immagini di auto bruciate, quel tratto autostradale, presso l’uscita di Capaci, sventrato come la nostra democrazia. Non si cancellano i corpi di uomini dello Stato, che hanno saputo onorare il diritto e la giustizia e che hanno fatto della loro vita un sacrificio di passione civile. Non si può cancellare la sensazione di un Paese che continua a vivere nella menzogna di verità prefabbricate, che a distanza di venti anni, hanno lasciato nella disperazione e nell’ombra i moltissimi familiari delle vittime di quelle stragi. Ancor oggi il figlio di Rosaria Costa, ma come lui tanti altri che caddero in questa lotta, non sa perché suo padre, Vito Schifani, sia stato vittima di una strage efferata come quella di Capaci.

I fatti di Capaci e poi quelli di Via D’Amelio. E poi le stragi del ’93. Di cosa stiamo parlando? Ma veramente crediamo ad uno Stato impreparato a distanza di cinquantasette giorni dopo Capaci? I fatti si intrecciano veloci. Senza controllo. O forse con un’unica regia. Stiamo ancora aspettando di sapere chi manovra i fili delle marionette.

Gli italiani, quelli veri, vogliono conoscere i nomi e i cognomi di coloro che hanno consentito che si gettasse nel baratro il Paese. Cosi come sono orgogliosi di gridare i nomi di coloro che questo baratro hanno cercato di allontanare con tutte le loro forze, allo stesso modo vogliono guardare negli occhi coloro che sono gli esponenti di poteri occulti che hanno tramato allora e continuano a farlo oggi.

Cinquantasette giorni in cui succedono molte cose e sarà Paolo Borsellino il naturale erede di Falcone. Ma ciò che erediterà non saranno i suoi incarichi, bensì la sua condanna a morte che continua ad essere decretata anche dopo la sua scomparsa. Il messaggio è chiaro. Chiunque voglia continuare la strada di Falcone dovrà morire. È così chiaro che non si capisce come sia possibile che l’allora ministro degli interni, il democristiano Vincenzo Scotti, dopo la strage di Capaci, candidi “d’ufficio” Paolo Borsellino al posto di Procuratore nazionale antimafia. Una sovraesposizione grave, come ad indicare di chi dovesse essere il turno. L’ultimo a sapere della sua candidatura è proprio Borsellino.

E poi l’incontro con il generale Mori e il capitano De Donno, che lo avrebbero informato di una trattativa in corso. Poi, ancora, le dichiarazioni di Ciancimino Junior, in base alle quali, proprio il capitano del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei Carabinieri, De Donno, gli avrebbe chiesto di incontrare il padre, l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, perché intercedesse con Riina, avviando cosi la trattativa stessa. E cosa unisce il 23 maggio 1992 al 19 luglio 1992? Quali i nomi e i fatti che erano al centro delle inchieste di Falcone e Borsellino? Sembra scontato fare i nomi di Berlusconi, Dell’Utri, Mangano.

Così come sembra scontato che al centro delle inchieste di Falcone c’erano i “picciuli”. Quelli che viaggiavano tra conti correnti cifrati e intestazioni fittizie. E poi cos’altro c’era? Quali verità indicibili hanno giustificato circa millequattrocento chili di tritolo tra Capaci e Via D’Amelio? Faticoso il percorso della verità, se si pensa che a distanza di vent’anni, da quelle deflagrazioni, che sconvolsero il Paese, oggi la magistratura a fatica cerca di risalire la china dei fatti del disonore.

È , infatti, di pochi mesi fa la sentenza della Cassazione che annulla la sentenza d’Appello, del giugno 2010, di condanna del senatore Dell’Utri (Pdl) a sette anni di carcere, per concorso esterno in associazione mafiosa. Nulla da fare il processo va rifatto. La Cassazione, ancora una volta, non ha ritenuto provato il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Delle due l’una. O il legislatore non mette mano a questa mancanza perché, delineando precisamente tale reato si rischierebbe di essere invasi dalle condanne a carico dei colletti bianchi, oppure ancora non si sa come definire il favoreggiamento alla mafia. Idea, questa, poco plausibile se si pensa che proprio tale reato ha segnato il successo dei processi istruiti da Falcone e Borsellino e specialmente se si considera che la Cassazione, negli anni, ha stratificato una giurisprudenza che va proprio dal 1994 ad oggi.

La Cassazione, però, ha detto che il processo va rifatto. E non è che abbia conferito a Dell’Utri la patente di innocenza “perché il fatto non sussiste”, come molti sostengono. Si legge infatti nelle motivazioni della sentenza che “deve comunque ritenersi provato che l’imputato Marcello Dell’Utri ricorrendo all’amico Gaetano Cinà e alle sue autorevoli conoscenze e parentele, ha svolto l’attività di mediazione operando come specifico canale di collegamento tra l’associazione mafiosa Cosa Nostra, in persona di Stefano Bontate, e Silvio Berlusconi”. Non solo. Nella sentenza si legge anche che proprio Dell’Utri avrebbe permesso questo avvicinamento della mafia a Berlusconi, attraverso Vittorio Mangano, il famigerato stalliere di Arcore, alle dipendenze dell’ex presidente del Consiglio Berlusconi.

Cosa c’entra tutto questo con le stragi? È certamente un fatto, ciò che il magistrato Paolo Borsellino dichiarò, in una sua ultima intervista rilasciata a due giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, che “Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove – sono parole di Borsellino – costituiva un terminale del traffico di droga che conducevano le famiglie palermitane”.

Non va dimenticato che proprio Falcone aveva indagato sul caso della cosiddetta “Pizza Connection”. Una rotta del traffico di droga che attraversava proprio Palermo, Milano e New York.

Ma in quella intervista Borsellino parlò anche di Marcello Dell’Utri. Egli, affermava Borsellino, era coinvolto in inchieste che lo vedevano indagato insieme proprio a Vittorio Mangano. E già da quella intervista il magistrato evidenziava i collegamenti tra mafia, politica e imprenditoria, dichiarandosi nient’affatto meravigliato dell’ipotesi che Cosa Nostra avesse cercato di agganciare realtà imprenditoriali del nord di particolare rilievo economico. Oggi la Cassazione afferma che “la condotta di Marcello Dell’Utri è risultata decisiva nell’apportare consapevolmente all’organizzazione mafiosa un contributo al suo rafforzamento avendo consentito a Vittorio Mangano e quindi a Cosa Nostra di avvicinarsi a Silvio Berlusconi avviando un rapporto parassitario protrattosi per quasi due decenni”.

Oggi, se si pensa ad un responsabile per la strage di Capaci, viene subito in mente Giovanni Brusca. Colui che azionò il congegno esplosivo. Ma quello è solo un burattino. A noi interessa che si inginocchino i burattinai.

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