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…a che serve essere vivi, se non si ha il coraggio di lottare? -Giuseppe Fava-

Tag: strage

Intervista esclusiva a Rita Borsellino

by aldocimmino

“A via d’Amelio lo Stato avrebbe dovuto interrogare se stesso” dichiara a vent`anni dalla strage

Nel ventennale delle stragi mafiose di Capaci e Via D’Amelio parla Rita Borsellino, la sorella del giudice ammazzato dalla mafia il 19 luglio 1992 ed eurodeputato iscritta al gruppo parlamentare S&D (Gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici), membro della Commissione Gai (Giustizia e Affari Interni) e della commissione CRIM (commissione contro le mafie e la criminalità organizzata).

Sono trascorsi vent’anni. Un lasso di tempo nel quale il nostro Paese non è mai riuscito a scrivere, del tutto, la parola verità sulle stragi del ’92. E sono vent’anni, a dire il vero, che alla vigilia delle stragi, ogni anno, vengono pubblicate notizie sulla progressione, o presunta tale, delle indagini. Addirittura tra maggio e giugno scorsi l’inchiesta sulla trattativa stato-mafia avrebbe portato a ipotizzare un coinvolgimento del consigliere giuridico del Presidente Napolitano e dunque del Quirinale. Secondo lei il nostro è un Paese pronto per la verità? 

Il problema è se si è pronti a cercarla la verità. Che la società la verità la voglia, su questo non c’è dubbio. Purtroppo, siccome lo Stato avrebbe dovuto interrogare se stesso, capire chi aveva lavorato e in che modo, ci sono stati evidentemente due modi diversi di essere Stato. Uno “Stato-Stato” e uno “stato-mafia” come l’ha definito il procuratore Teresi. Io credo che la verità sia assolutamente necessaria perché quelle verità false che ci hanno proposto e imposto continuano ad offendere la democrazia. Noi vogliamo la “verità vera”. Ora, vede, quando si è costretti a mettere degli aggettivi dietro le parole  verità o giustizia vuol dire che c’è qualcosa che non funziona. E io credo che in questi anni troppe cose non hanno funzionato. 

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Capaci, “vi perdono ma inginocchiatevi”

by aldocimmino

Le parole di Rosaria Costa, dopo vent’anni, risuonano come un richiesta di giustizia, ma la verità è ancora lontana

“Vi perdono ma inginocchiatevi”. Le parole di Rosaria Costa, vedova dell’agente di scorta Vito Schifani, erano rivolte, durante i funerali di Giovanni Falcone e degli altri due agenti Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, agli uomini della mafia “perché –continuò – ci sono qua dentro”.

Parole rivelatrici di una mafia che si compone di uomini d’onore e pezzi delle Istituzioni. La precisazione era opportuna, durante i funerali di Stato, che furono celebrati il 25 maggio 1992. Una parte di Stato, infatti, “piangeva” quella parte di Stato che aveva fatto ammazzare. Gli uomini della mafia, che erano presenti quel giorno, non erano gli esponenti della mafia dei gabellotti e dei campieri di fine Ottocento. O la semplice mafia stragista, rappresentata dall’ala militare di Cosa Nostra.

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“Che rabbia”… è la nostra storia

by aldocimmino

“Che rabbia!” Sono giorni che continuo ad esclamare questa frase. L’ultima volta è stata questa mattina dopo aver letto l’articolo intervista a Claudio Santamaria, sul “Venerdì” di “Repubblica” di questa settimana.

L’attore parla di Genova e di quel 20 luglio 2001 quando la democrazia del nostro Paese, ancora una volta, andò in frantumi. Santamaria parla del film “Diaz” che tratta dei fatti di Genova durante i tre giorni in cui si svolse il G8 e nel quale interpreta Max Flamini, il vicequestore aggiunto del Primo reparto Mobile di Roma che comandava l’VII Nucleo. Quello che assaltò la scuola Diaz.

Prove occultate, indagini sviate, silenzi che coprirono le responsabilità del potere; di quanti, in occasione dell’incontro dei “grandi della terra”, sospesero la democrazia e i diritti fondamentali degli individui.

Forse non è ancora detta l’ultima parola. Forse è possibile credere che verranno evidenziate e sanzionate delle precise responsabilità.

Alla Cassazione, tra qualche mese toccherà dire l’ultima parola. Sta di fatto che quella vicenda è un fatto storico che ha un peso specifico. Quello dell’uso indiscriminato di un potere, molte volte occulto, che ha in se il dato della democrazia come solo dato possibile. Come solo potenzialmente attuabile.

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Strage di Via D’Amelio, esigenza della “ragion di Stato”

by aldocimmino

A diciannove anni dalla morte di Paolo Borsellino, la società civile non rinuncia alla verità

Sono trascorsi circa diciannove anni da quel 19 luglio 1992. Una data drammatica dell’oscura storia del nostro Paese. Ancor oggi restano i dubbi e le ombre su fatti gravissimi che hanno segnato il percorso politico e sociale dell’Italia. Paolo Borsellino, in quel 19 luglio 1992, si era recato dalla madre per una visita. Non era solo. C’erano gli agenti della sua scorta. Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Agostino Catalano. Alle 17.00 di quel 19 luglio 1992 fu posta fine alla loro vita. Un’autobomba esplose proprio sotto casa della madre di Borsellino sventrando gli edifici circostanti e i corpi del magistrato e degli uomini della scorta. Una ferocia pari solo a quella che, 57 giorni prima, si era abbattuta su Giovanni Falcone, nella strage di Capaci. Falcone e Borsellino. Caduti nella guerra contro la mafia. Contro la sola mafia? Oggi le indagini delle procure che sono impegnate sui diversi fronti, dalla procura di Palermo a quella di Caltanissetta e la Procura di Firenze, ci dicono che Falcone e Borsellino non furono uccisi solo per mano mafiosa. Ci dicono che quella mano fu armata da alcuni uomini dello Stato e degli apparati deviati dei servizi segreti. Ci dicono che la verità sulle stragi, a distanza di circa diciannove anni, pare sia ancora lontana. Molti infatti sono gli aspetti che devono ancor essere chiariti.

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