Beni confiscati, una “chiamata alle armi” contro il disuso

di aldocimmino

Il dibattito svoltosi ieri presso la biblioteca comunale di Afragola. Grande partecipazione di istituzioni, forze dell’ordine e società civile

I beni confiscati sono un bene comune. Questo, in estrema sintesi, il messaggio al centro del dibattito svoltosi ieri alla Biblioteca comunale di Afragola. L’incontro, fortemente voluto dall’associazione Libera e dal Consorzio S.O.L.E.  della provincia di Napoli, è stata l’occasione per mettere attorno ad un tavolo, tutti gli attori della complessa vicenda del riutilizzo sociale dei beni sottratti alle mafie.

Tra i presenti i referenti regionali di Libera Campania, Geppino Fiorenza e don Tonino Palmese, Antonio D’Amore, referente provinciale di Libera per Napoli, Davide Pati dell’ufficio di presidenza di Libera, Marco Del Gaudio, magistrato della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Napoli e il giornalista de “Il Mattino” Marco Di Caterino.
Dal momento delle indagini patrimoniali a quello del riutilizzo sociale, magistratura, istituzioni amministrative e terzo settore, sono chiamati ad un grande sforzo di collaborazione e costruzione di sinergie, per combattere la battaglia contro le mafie.

Indietreggiare su questo fronte, significa ammettere l’impossibilità, dello Stato, di vincere il controllo criminale del territorio. Non riutilizzare i beni sottratti alla camorra vuol dire, seppur implicitamente, delegare alla criminalità organizzata il potere tipico di uno stato sovrano.
Un dibattito, quello di ieri, che inchioda tutti alle proprie responsabilità, specialmente se si considera che sul territorio di Afragola ci sono decine e decine di beni confiscati ancora in attesa di un concreto uso sociale.

Lo sottolinea Davide Pati, dell’ufficio di presidenza di Libera. “Il concreto riutilizzo sociale dei beni è una precisa responsabilità delle amministrazioni, d’altronde, è la legge che lo chiede agli enti locali”.
Il nuovo codice antimafia, approvato lo scorso settembre, infatti non ha rinunciato a porre l’accento su trasparenza e pubblicità nei procedimenti di destinazione da parte dei comuni. “Il bando di evidenza pubblica – ha detto ancora Pati – e l’obbligo rivolto alle amministrazioni comunali, di redigere elenchi pubblici dei beni confiscati, sono un preciso obiettivo della legge per garantirne la corretta gestione”.

Specialmente se si considera che dal ’91 ad oggi, tra i comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, non è raro leggere, tra le pagine delle relazioni prefettizie, motivazioni legate alla mala gestione, da parte dei comuni stessi, dei beni confiscati alla criminalità organizzata. E allora una domanda si impone con forza: che fine hanno fatto i beni confiscati alla camorra nel territorio di Afragola alla luce di questi obblighi?
E si perché intanto, a testimoniarlo il lavoro di ricerca dei volontari e le associazioni che formano il presidio afragolese di Libera, non si riesce neanche a capire quali e quanti siano questi beni. Insomma non sembra che quel famoso elenco richiesto dalla legge esista o sia consultabile.

Prova a rispondere Antonio Pannone, vicesindaco del comune di Afragola, presente all’incontro: “siamo riusciti ad ottenere un finanziamento ingente – ha dichiarato Pannone – che  ci permetterà di avviare un progetto di fattoria sociale e di riutilizzo di terreni confiscati alla camorra, qui, nel nostro territorio comunale”. “Un passo importante – ha risposto Maria Saccardo, referente territoriale di Libera – ma ci interessa capire come l’amministrazione si vuole comportare nei confronti di alcuni beni confiscati sul nostro territorio, che sono occupati abusivamente da persone senza alcuna legittimazione o titolo per starci”.

Per Marco Del Gaudio, magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, è una chiamata alle armi: “non sono venuto a dirvi qualcosa ma a chiedere qualcosa: collaborazione”. Del Gaudio, infatti, ha messo in luce una serie di difficoltà che rendono complesse e articolate le indagini patrimoniali.
Specialmente nella ricostruzione delle relazioni economiche dei clan che spesso sono estese e nascoste dietro prestanomi e cosiddette “teste di legno”. Insomma quello che tutti sanno ma che ancora troppo pochi denunciano.

pubblicato su www.liniziativa.net