La sentenza: “G8 2001, a Genova fu tortura”

di aldocimmino

La Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia, ma restano limiti nel punire i colpevoli e fare chiarezza sui fatti storici

Assalto-scuola-Diaz-g8-genovaTortura. È quanto hanno stabilito i giudici di Strasburgo nella sentenza pronunciata contro l’Italia per i fatti della Diaz. Il G8 del 2001 rappresentò, ancora una volta, un banco di prova per la democrazia in Italia. Una prova che il “Bel Paese” non fu in grado di superare. Ed a dimostrarlo non sono soltanto le sentenze di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo, ma è la storia stessa di una nazione, ormai stanca sognatrice di una resistenza costruttiva e protesa alla realizzazione dei valori scritti nella Costituzione. Dal terrorismo allo stragismo mafioso, dalla politica indolente delle “mani pulite” alla politica reazionaria di sicurezza, uno sparuto gruppo di cittadini ha sempre cercato di resistere e costruire la democrazia, così spesso millantata all’interno ed all’esterno delle stanze di compensazione degli equilibri di potere, pagandone spesso un prezzo troppo alto.

E certamente fu una stanza di compensazione anche quella del G8 a Genova. In quel luglio del 2001 si sarebbero dovute equilibrare, da un lato le esigenze delle politiche economico-finanziarie mondiali, dall’altro quelle invocate dai cittadini, e cioè il rispetto delle garanzie minime e dei diritti civili di ogni popolo, per definizione in contrasto tra loro. La risposta fu quella che oggi la storia politica, sociale e giudiziaria racconta: a Genova fu tortura. E fu tortura per i fatti della Diaz sebbene, in quello stesso luglio del 2001, non vi furono responsabilità dell’Italia, secondo altra sentenza della Corte europea, per la uccisione del manifestante Carlo Giuliani.

In quel caso i giudici dei diritti umani “assolsero” l’Italia dalle accuse mosse dai ricorrenti, perché non vi era stato uso sproporzionato della forza, ne tanto meno violazione dell’obbligo di tutelare la vita umana. Sebbene le accuse mosse all’Italia per i fatti della Diaz furono sostanzialmente diverse da quelle mosse per l’omicidio di Carlo Giuliani, v’è da evidenziare, però, l’unicità di un contesto che richiama la politica alle proprie responsabilità. Da un lato quella partitica, dall’altro la politica dell’organizzazione amministrativa, che riguarda sia i criteri di scelta degli appartenenti alle forze dell’ordine, sia i canoni sui quali calibrare le operazioni a garanzia della sicurezza, nelle grandi manifestazioni.

Del resto, Carlo Giuliani è morto proprio a causa di quello stesso uso sproporzionato della forza che caratterizzò le azioni degli appartenenti alle forze dell’ordine, quando fecero irruzione alla Diaz, e che oggi hanno comportato, per l’Italia, la condanna per tortura. E fu tortura, lo afferma molto bene la Corte europea nelle circa sessanta pagine della sentenza, in quanto quella notte i manifestanti, che si trovavano all’interno della scuola Diaz, subirono, da parte degli agenti del settimo nucleo antisommossa della polizia di stato, atroci violenze completamente gratuite.

E fu tortura in quanto lo Stato italiano non fu capace di assicurare loro ristoro delle sofferenze subite. E fu tortura in quanto la polizia di stato non cooperò con gli inquirenti nell’identificazione degli agenti che si resero responsabili delle violenze perpetrate alla Diaz e, successivamente, alla caserma di Bolzaneto. E fu ancora tortura, in quanto la mancata punizione dei responsabili, secondo la Corte europea, è dipesa dalla inadeguatezza dell’ordinamento giuridico italiano che non prevede il reato di tortura.

Ecco allora che entrano in scena i legislatori delle punizioni, quelli ormai asserviti all’oracolo del simbolismo penale, che con solennità annunciano la necessaria introduzione, nel codice penale, del reato di tortura, sebbene è dal 1989 che l’Italia ha ratificato la convenzione Onu contro la stessa e le pene degradanti ed inumane. Soltanto oggi, però, si sente l’esigenza di riaccendere il dibattito intorno ad un reato che altro non è che la somma di più reati già previsti dal nostro codice. È la cosiddetta “truffa delle etichette” che non porterà alcuna modificazione, ne sul piano sociale, ne su quello giudiziario. È forse un problema di mera organizzazione? O piuttosto si tratta di una generale insofferenza alla dialettica democratica? Del resto Alfonso Sabella, all’epoca dei fatti, capo dell’ufficio ispettorato del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, responsabile della caserma di Bolzaneto, oggi agita lo spettro della regia politica, di quella che avrebbe voluto il poliziotto morto per decretare legittimamente, una volta e per sempre, la natura criminale della piazza, di qualunque tipo e qualunque fosse stata la natura della rivendicazione.

 

pubblicato sul numero 82, Anno 9 – Aprile 2015 de “L’Iniziativa”