Maltrattamenti sui detenuti in Romania, la Corte Europea: “attuare mezzi concreti per scoprire la verità”

di aldocimmino

Storia vecchia, quella dei maltrattamenti in carcere sui detenuti. Ma è anche storia attuale dell’Europa moderna che, malgrado tutto, ha la pretesa di fondarsi sul rispetto dei diritti dell’uomo.

Qui bisogna intendersi. Ancora non è chiaro ai più, in Italia come nel resto del “mondo occidentale”, se possano essere violati i diritti fondamentali dell’uomo qualunque (carnefice) allorquando questo si sia reso autore della loro violazione nei confronti dei concittadini (vittime).  In altri termini non si è ancora sciolto il “nodo problematico”, o forse è ormai pacifico, che la formale messa in stato di accusa, da parte dell’autorità, nei confronti di un cittadino, “possa legittimare” la stessa a perpetrare – sull’autore di quel crimine – altri crimini, di cui nessuno però verrà mai chiamato a risponderne. Anche questo forse è un vecchio problema, per altri è un falso problema, fatto sta che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, lo scorso 17 febbraio, ha condannato la Romania per violazione procedurale dell’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Lo stesso art. 3 che ha portato i giudici europei a condannare l’Italia per le condizioni, disumane, in cui versano i detenuti italiani. La norma europea è chiara; sono proibite torture, trattamenti e pene inumane o degradanti. Non vi è molto da interpretare. È sufficiente rispettare un precetto fondamentale ma evidentemente assai difficile da attuare nelle realtà penitenziarie, come infatti è accaduto nella prigione di Targu Jiu. Qui ha incontrato la morte Nelu Balasoiu, cittadino rumeno di etnia Rom, probabilmente un ladro. Probabilmente, perché non possiamo dirlo con certezza considerato che nessuna sentenza lo ha sancito. Non vi è stato il tempo.

È intervenuta prima, la “giustizia sommaria” che in casi del genere non lascia mai tracce. L’autopsia, infatti, eseguita sul cadavere di Nelu Balasoiu, rilevò varie ecchimosi e – si legge nella sentenza resa dalla terza sezione della Corte di Strasburgo – un trauma emicranico causato “con o dall’impatto contro un corpo duro”. Sorprendentemente però l’esame autoptico esclude che queste lesioni abbiano causato la morte di Balasoiu. Dunque come Stefano Cucchi – almeno per adesso –, Nelu Balasoiu è morto “per altri problemi”; tuttavia quali siano state le ragioni del decesso nessuna inchiesta, interna – quelle avviate infatti dallo Stato rumeno si sono concluse con una assoluzione per insufficienza di prove sia per medici che per appartenenti alle forze dell’ordine – ha potuto chiarirlo. Ed è proprio per questo motivo che la Corte EDU ha dichiarato la violazione procedurale, e non materiale, dell’art. 3 della Convenzione Europea. In effetti i giudici di Strasburgo contestavano alla Romania di non aver fatto tutto quanto era in suo potere per investigare e reprimere trattamenti inumani e degradanti che di fatto, nella specie, potevano aver condotto anche alla morte del giovane rom. Sono evidenti le analogie con la vicenda di Stefano Cucchi; e le ricadute sul caso italiano, nell’ipotesi si ricorra, anche qui, alla Corte di Strasburgo, potrebbero essere maggiormente gravose alla luce del più articolato e complesso iter processuale italiano rispetto a quello rumeno.

La eventuale riconducibilità della morte alle percosse subite da Cucchi potrebbe far ravvisare non solo la violazione dell’art. 3 della Convenzione ma anche dell’art. 2 che sancisce il diritto alla vita protetto dalla legge. Del resto la stessa Corte Europea, nelle trenta pagine che compongono la sentenza contro la Romania, sottolinea un principio che equivale ad un monito o meglio ad una regola di condotta rivolta agli Stati membri i quali, in caso di morte di cittadini in detenzione, devono fornire una spiegazione soddisfacente e convincente. Insomma la Corte Europea afferma il carattere sospetto delle morti di soggetti sottoposti agli arresti o reclusi in istituti penitenziari. E dalle morti sospette deriva il “legittimo sospetto” che in un contesto europeo ispirato alla funzione risocializzante della pena, come solennemente viene affermato anche nella raccomandazione del Comitato dei Ministri dell’UE sulle regole penitenziarie europee, forse è necessario rivedere l’impronta culturale tanto del sistema sanzionatorio quanto quello della relativa attuazione.

pubblicato su “L’iniziativa” Anno 9, n. 81 in stampa il 17 marzo 2015