Reati ambientali, nelle Terre dei fuochi e dell’amianto manca la “giusta” repressione

di aldocimmino

Il reato di combustione illecita dei rifiuti, e l’annunciata riforma della prescrizione, non bastano. Manca la volontà politica di restituire democrazia e dignità al Paese.

Ciò che accomuna il grave problema dei reati ambientali, dal recentissimo caso Eternit a quello legato all’ormai noto problema dello smaltimento illecito dei rifiuti e all’ecomafie, è certamente il “dubbio amletico” se sia meglio innalzare l’asticella del livello di repressione penale, con scelte politico-criminali volte al più ampio rigorismo, spesso di facciata ed in contrasto con la Costituzione, oppure investire maggiormente sulle politiche di prevenzione e controllo sociale, da un lato, e quelle volte ad interventi “ripristinatori”, dall’altro.

Lampante è la vicenda “Terra dei fuochi” che interroga le coscienze di tutti. Dagli amministratori pubblici ai singoli cittadini, oggi ci si chiede, chi avrebbe dovuto fare di più per evitare un simile disastro ambientale. Domanda, questa, su cui, lo scorso 4 dicembre, si è incentrata la discussione del secondo appuntamento del “Laboratorio Campi Flegrei”, promosso dalla nostra redazione; ormai, ad un anno di distanza dalla grande mobilitazione popolare, il clamore mediatico si è esaurito e l’attenzione politica al fenomeno si è dissolta. Si deve dedurre che il problema sia risolto? È evidente che non è così, ne dal punto di vista sociale, ne da quello delle riforme legislative, così fortemente urlate dal Governo.

Ritornando, allora, all’annunciato “dubbio amletico”, c’è da chiedersi infatti; quale tipo di risposta istituzionale è stata data per far fronte alla grave emergenza della intossicazione dei terreni in Campania? Di certo quella del decreto “Terra dei fuochi” non è convincente, considerato che si tratta, ancora una volta, di un provvedimento “show” approvato frettolosamente, per dare una risposta all’indignazione dell’opinione pubblica. Licenziato a dicembre 2013 e convertito in legge a febbraio 2014, ha operato, solo apparentemente, in senso repressivo. Pur prevedendo interventi tesi a garantire il comparto agroalimentare in Campania e ad operare monitoraggi anche di tipo sanitario – fino a questo momento mai avvenuti – il cuore del decreto legge 136/2013 sta nella previsione di un nuova norma penale.

Con il reato di combustione illecita dei rifiuti, infatti, potranno essere sottoposti a pena coloro che appiccano il fuco a cumuli di rifiuti abbandonati. Nessuno si è chiesto, però, su chi incide realmente tale previsione repressiva. Nel giuglianese, a nord di Napoli, per fare un esempio, inciderà, di fatto, sui giovanissimi di etnia Rom, spesso anche non imputabili, assoldati dalla camorra proprio per appiccare il fuoco ai rifiuti. Quanto alle bonifiche si attendono ancora i 25 milioni di euro stanziati con il decreto “Terra dei fuochi”, e le nuove inchieste della magistratura pronte a svelare interessi criminali, anche della nuova mafia capitolina, sulle opere di ripristino del territorio. Stessa storia per la questione Eternit.

Anche in questo caso la parola d’ordine è repressione (di facciata).  Che cosa è stato fatto, nel corso degli anni, per arginare lo straripamento del potere economico-imprenditoriale, selvaggio ed indiscriminato, che ha barattato il lavoro con la vita? Oggi sul caso Eternit la Cassazione ha scritto la parola fine, con la discussa sentenza che ha dichiarato la prescrizione del reato di disastro “innominato”. Oggi si urla allo scandalo. L’indignazione è tale che i partiti e gli uomini di governo si sono “strappate le vesti”, puntando il dito contro la prescrizione dei reati.

E così di fronte ad un problema, grave e preoccupante, come quello delle tremila morti dell’Eternit, la soluzione che si offre è quella di un “correttivo” alla prescrizione. Ed i correttivi alle norme a tutela della salute dei lavoratori? A questa domanda nessuno risponde, ed è ancora più necessario farlo se si considera che la vicenda Eternit parla chiaro: il reato non si è prescritto perché è passato troppo tempo ed il processo è stato troppo lungo ( tre sentenze in circa quattro anni), ma ciò è dipeso dalla impostazione che i giudici hanno voluto dare al processo.

Il reato infatti era prescritto già al momento dell’avvio dell’inchiesta. Allora ci si domanda a quale scopo si agisce politicamente, economicamente, giudiziariamente? Di sicuro la repressione indiscriminata, dettata dalle sole contingenze emergenziali, è mera ostentazione della (in)capacità di rispondere ai fenomeni sociali, funzionale solo a far perdere le tracce delle responsabilità politiche che impediscono lo sviluppo civile di un paese.

 

pubblicato su L’Iniziativa n. 78 – dicembre 2014 –