Bacoli, storia recente di una camorra che c`è

di aldocimmino

Ricostruzione dei rapporti del clan Pariante con Di Lauro, scissionisti e politica locale

A Bacoli la camorra c’è, e non da oggi. L’episodio più antico, riconducibile alle attività delle organizzazioni criminali, risale al 1988 quando un imprenditore locale, Franco Guardascione, fu ammazzato da due sicari della camorra per essersi imposto ad un’estorsione ai danni di un imprenditore amico. Evitando di andare troppo indietro nel tempo, i fatti di maggiore interesse si sono succeduti dal 2002 al 2008, periodo in cui fu decisivo il contrasto giudiziario alla camorra sul territorio flegreo.
Nel settembre del 2002 le inchieste della magistratura condussero ad undici arresti eseguiti contro altrettanti affiliati al clan Pariante. Lo stesso boss Rosario Pariante fu arrestato nell’ambito di una vasta operazione diretta dall’allora sostituto procuratore Raffaele Marino.

Ma chi era Rosario Pariante? Il boss, proveniente da Secondigliano, si era trasferito a Bacoli negli anni Ottanta, assumendo anche il controllo della squadra di calcio locale, Virtus BaiaLegato al clan Di Lauro di Scampia, divenne il “curatore” degli interessi camorristici nell’area flegrea. Quando nel dicembre 2004, fu ammazzato Enrico Mazzarellabraccio destro di Pariante, tra i tavoli del suo ristorante “Da Enrico” in via Scalandrone a Bacoli, gli inquirenti capirono che Pariante era ormai passato con i cosiddetti scissionisti di Scampia.

Le indagini della magistratura, ritornando però al famoso settembre 2002, sarebbero state ancora più complesse, se non fosse stata ravvisata l’esigenza di salvaguardare l’incolumità di uno noto imprenditore flegreo, che aveva cominciato a denunciare i taglieggiamenti subiti proprio ad opera di Rosario Pariante ed i suoi. Le dichiarazioni di Ciro Casertainfatti, imprenditore molto attivo nel settore immobiliare,riguardavano l’intera attività estorsiva del clan Pariante, su tutto il territorio cittadino e oltre. Gli arresti, però, non rappresentavano la conclusione delle operazioni investigative. La Direzione distrettuale antimafia stava seguendo altri due filoni d’indagine.

Da un lato gli interessi connessi alla gestione degli ormeggi del porto di Bacoli, dall’altro alcuni tentavi, secondo le dichiarazioni dell’allora magistrato competente, di inquinamento della vita politica del paese. Nella requisitoria del pubblico ministero, risalente al febbraio del 2006, si leggono, infatti, di episodi di intimidazioni connesse all’attività elettorale relativa alle elezioni amministrative del 2002 che portarono alla poltrona di primo cittadino l’avvocato Antonio Coppola, eletto in una coalizione di centrodestra.

Il magistrato tenne a precisare che le indagini non riguardavano l’allora primo cittadino. Il noto avvocato penalista non c’entrava nulla e forse neanche i componenti di quella giunta di “esperti professionisti”, come ebbe a dire lo stesso Coppola. Certo, forse l’esecutivo locale non era nell’occhio del ciclone, non era cioè interessato dalle indagini della Direzione distrettuale antimafia, ma il governo cittadino non si esaurisce al sindaco e alla sua giunta.

Ed è a questo punto della storia che si inseriscono alcune dichiarazioni di Ciro Caserta. Nel verbale di interrogatorio l’imprenditore fa alcune dichiarazioni che possono definirsi, in gergo tecnico, una chiamata in correità, ai danni di tre candidati presentatisi nelle file dell’allora partito di Forza Italia. Luigi Carannante, Luigi Della Ragione (attualmente sono consiglieri comunali della maggioranza guidata dal Sindaco Ermanno Schiano) e Marcello Santini sarebbero stati, secondo le dichiarazioni del Caserta riportate nel documento sottoscritto dal pubblico ministero, gli esponenti del partito di Berlusconi che sarebbero stati eletti, sempre secondo le dichiarazioni dell’imprenditore di Bacoli, con una quantità di voti consistenti, decisamente superiore a quella ottenuta da tutti gli altri candidati.

Circostanza, quest’ultima, confermata anche dalle dichiarazioni di Mosè Di Meo contenute in un verbale di assunzione di informazioni d’innanzi al magistrato inquirente, affermando che “Corrisponde a verità che il candidato CARANNANTE Luigi ha ottenuto moltissimi voti essendo risultato il primo eletto e che SANTINI Marcello il secondo eletto”. In questo stesso verbale Di Meo, inoltre, non nega la possibilità di un condizionamento mafioso nelle consultazioni elettorali sulle quali viene interrogato.
Va specificato però che nonostante i tre compaiano nei verbali di interrogatorio 
reso da Caserta, sulle cui dichiarazioni è stata poi emessa una sentenza di condanna a nove anni di carcere per Rosario Pariante e a sette anni di carcere per Salvatore Di Meo e Domenico Buononamo, non risultavano, a quel tempo, indagati in quel procedimento.

Secondo il Caserta, però, “In relazione alle ingerenze del clan PARIANTE nella vita politica di Bacoli oltre a confermare la proposta che mi fece Di Meo Salvatore (secondo i giudici, uomo di fiducia del boss Pariante, che faceva parte del gruppo camorristico che taglieggiava l’imprenditore Caserta, NdA) di entrare, quale candidato, nella lista di Forza Italia, le rappresento che per mia conoscenza diretta so che il clan Pariante ha appoggiato, alle ultime elezioni amministrative (si riferisce alla consultazioni svoltesi nel maggio del 2002, NdA), i consiglieri, poi eletti, Carrannante Luigi e Santini Marcello entrambi presentatisi nelle liste di Forza Italia”.

Lo stesso imprenditore, che in questa vicenda fu prima arrestato dai carabinieri e successivamente collaborò con la giustizia, avrebbe rilevato indirettamente il coinvolgimento di Luigi Della Ragione. Caserta infatti avrebbe dichiarato ai magistrati che “a riprova del fatto che ci sia stato un massiccio appoggio elettorale a SANTINI Marcello – si legge ancora nel verbale di interrogatorio – le rappresento che io ebbi a partecipare, nel corso della campagna elettorale, ad un incontro tenutosi nello studio del geometra Della Ragione Luigi anch’egli eletto nelle liste di Forza Italia”. Di interferenze sul libero esercizio del diritto di voto – scriveva ancora il magistrato di allora, nella sua requisitoria – ha parlato altresì lo stesso boss Rosario Pariante, “raccontando che si era più volte rivolto a lui il Di Meo Mosè, con ciò implicitamente ammettendo la sua capacità di indirizzare ed influenzare gli esiti elettorali”.

Il boss, durante una delle udienze del processo che lo vedevano imputato, chiese, improvvisamente, di poter rendere dichiarazioni spontanee durante la testimonianza di Mosè Di Meo, consigliere al tempo della giunta Illiano nel lontano 1995, che in quello stesso processo non era né indagato né tanto meno imputato ma rendeva una testimonianza in quanto amico dell’imprenditore Caserta. Pariante cominciò ad accusarlo e paventare conoscenze radicate e consolidate. Queste dichiarazioni, però, non sembra che abbiano poi trovato mai riscontri effettivi.

Sulla questione fu interrogato, poi nel dicembre 2007, l’allora Ministro dell’Interno, Giuliano Amato. L’interrogazione parlamentare, a firma tra gli altri della deputata Maria Fortuna Incostante, a quei tempi membro della Commissione parlamentare antimafia, richiedeva – come si legge nel testo dell’atto parlamentare – tenendo presente che l’esistenza della criminalità organizzata sul territorio della città di Bacoli era confermata da vari episodi e dalle inchieste della magistratura, che avevano evidenziato inquinamenti politico-elettorali tra il ’99 e il 2002, se il Ministro intendeva acquisire ogni elemento di conoscenza di tali fenomeni e intendeva assumere tutte le relative iniziative volte a fronteggiare tentativi di infiltrazioni camorristiche. Domanda che, alla luce dei fatti, risulta quanto mai attuale, specialmente rispetto alla responsabilità politica di trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze politico-mafiose che rendono quel politico o quell’amministratore inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.

Pubblicato su www.liniziativa.net