Indagini e camorra a Quarto, la parola a Vittorio Mete

di aldocimmino

Il ricercatore in Sociologia dei Fenomeni Politici risponde sulla commistione tra mafia e politica

All’indomani delle perquisizioni che hanno coinvolto il sindaco di Quarto e gli uffici tecnici del comune abbiamo chiesto l’opinione di Vittorio Mete ricercatore in Sociologia dei Fenomeni Politici presso l’Università Magna Græcia di Catanzaro. Sul tema delle mafie, tra le altre cose, ha pubblicato il volume “Fuori dal Comune. Lo scioglimento delle amministrazioni locali per infiltrazioni mafiose” (Bonanno, 2009).

L’infiltrazione camorristica all’interno degli organi elettivi del comune di Quarto soprattutto per quanto attiene al controllo del settore edilizio nella zona, ha da tempo determinato una serie di attività amministrative palesemente illecite, che si sono concretizzate nell’adozione di deliberazioni consiliari strumentalmente collegate al rilascio di concessioni edilizie illegittime, nella emanazione di numerosi pareri favorevoli da parte della commissione edilizia nel rilascio di numerose concessioni edilizie del tutto illegittime e destinate a favorire persone estranee all’amministrazione, appartenenti ad associazioni camorristiche, nonché taluni amministratori locali preventivamente premuratisi di impossessarsi, con contratti di permuta, dei suoli interessati alle concessioni stesse“.

Cosi si esprimeva il decreto del Presidente della Repubblica che il 10 aprile 1992 scioglieva il Comune di Quarto per condizionamenti mafiosi. Oggi, a distanza di vent’anni, le inchieste della magistratura e forze dell’ordine ci consegnano un panorama criminale in nulla mutato. Le indagini infatti si sono concentrate, ancora una volta, sul settore edile.

Professor Mete che valutazione dà di questo stato di cose, considerando che il comune è stato sciolto già nel 1992 e che in vent’anni sembra che gli affari dei clan in determinati settori non siano stati minimamente scalfiti?

Il problema vero è che alla legge che consente lo scioglimento dei comuni per presunte infiltrazioni mafiose si chiede qualcosa che essa non può garantire. Si chiede cioè ad una legge e ad un intervento dello Stato (il commissariamento) di ripristinare durevolmente la legalità e di incidere in profondità nei meccanismi di costruzione del consenso politico, cosa che, appunto, non è alla portata di nessuno strumento legislativo. I numerosi doppi, ed alcuni tripli, scioglimenti dei comuni sono lì a testimoniarlo. I rapporti di potere ed i meccanismi di costruzione del consenso sociale e, di conseguenza, di quello politico sul territorio sono in genere aspetti difficili da scalfire. Pertanto, essi sopravvivono e si ripresentano più o meno con le stesse forme all’indomani di uno scioglimento. Perciò, non c’è nulla di cui stupirsi, anzi sarebbe ingenuo pensare il contrario, che basti affidare un Comune alle cure di una Commissione straordinaria per un anno e mezzo o due per risolvere i problemi. Purtroppo, non è così semplice.

Tra gli indagati ci sono un consigliere comunale e il capo dell’ufficio tecnico e altri due tecnici esterni. Professor Mete come valuta il coinvolgimento mafioso degli uffici tecnici di un Comune?

Se si passano in rassegna i motivi degli scioglimenti, così come si desumono dalle relazioni ministeriali che accompagnano i decreti di scioglimento, il condizionamento dell’apparato tecnico – e degli uffici che si occupano di appalti, lavori pubblici e edilizia privata in particolare – è pressoché una costante. Ho svolto questa analisi nel mio libro Fuori dal Comune (Bonanno, 2009) e da questa analisi emerge che, molto spesso, le infiltrazioni mafiose si realizzano con la compiacenza non solo dei consiglieri, degli assessori o del sindaco, ma anche con quella dei dirigenti, dei funzionari e degli impiegati della macchina comunale. Soprattutto dopo la 142/90 e dopo la 81/93, due leggi che ridefiniscono l’assetto del potere nell’amministrazione locale, le scelte compiute dall’apparato burocratico-tecnico hanno una loro autonomia e possono essere prescindere dal consenso e dal coinvolgimento della parte politica dell’ente locale.

Le chiedo inoltre, alla luce di tali coinvolgimenti sia sufficiente a questo punto colpire esclusivamente l’espressione politica di un’amministrazione o piuttosto non sia doveroso che la legge estenda lo scioglimento anche all’area tecnica dell’amministrazione. La legge lo consente? Cosa ne pensa?

Uno dei punti fondamentali della riforma della normativa introdotta nell’estate del 2009 riguarda proprio la possibilità di allargare la platea dei responsabili dei condizionamenti mafiosi anche agli appartenenti all’apparato burocratico-tecnico dell’ente locale. Ciò, sulla carta, è una innovazione apprezzabile. Sennonché, gli strumenti per dare piena attuazione a questa disposizione di legge non sono del tutto adeguati, anche perché si scontrano con importanti (e sacrosante) garanzie costituzionali e del diritto del lavoro che un intervento politico-amministrativo,quale è lo scioglimento di un Comune, non può intaccare. Ricordo ad esempio il primo caso di scioglimento in cui la nuova normativa è stata applicata, il comune di Furnari in provincia di Messina. In quel frangente, nel decreto di scioglimento si individuarono le responsabilità di due dipendenti del Comune. Benissimo. Uno, però era da anni in aspettativa e in aspettativa rimase. L’altro (meglio, l’altra) fu spostata dall’ufficio tecnico ai servizi sociali, cioè – immagino – due porte più in là. Insomma, non mi pare un intervento così incisivo.

Inoltre si parla del capo dell’ufficio tecnico, secondo lei c’è ragione di ritenere che anche gli altri settori siano stati condizionati dalle pressioni mafiose?

Nello specifico non saprei. Tenga però conto che gli uffici di un Comune non sono quelli della Commissione Europea. Voglio dire che difficilmente cosa fa, con chi si incontra, con chi lavora, che pratiche evade un collega, in un piccolo Comune, rimane a lungo segreto. Con questo non si tratta di criminalizzare un intero apparato amministrativo, ma di considerare il lavoro sinergico e necessariamente interdipendente degli uffici di un’amministrazione locale. Dopodiché, l’esperienza mostra che alcuni uffici sono ritenuti più appetibili dai mafiosi, altri meno: un conto è il settore dei lavori pubblici, un altro quello della cultura o dello sport.

Il Sindaco ha rassegnato le sue dimissioni e pur non essendo indagato ha subito perquisizioni da parte dei Carabinieri. In un contesto del genere può secondo lei essere esclusa quanto meno la consapevolezza del primo cittadino?

Francamente non saprei se e quanto il sindaco sia coinvolto, non spetta a me dirlo. Se però, come dicevo, le informazioni circolano tra i dipendenti, tanto più dovrebbero essere a conoscenza del capo dell’amministrazione comunale. Aggiungo che le dimissioni, del sindaco o della maggioranza dei consiglieri, costituiscono spesso una strategia finalizzata a raggiungere uno scioglimento per motivi ordinari e non per mafia del Comune. In questo modo si evita, per gli amministratori e per l’intera comunità, l’onta di esser etichettati come amici dei mafiosi e, forse quel che più conta, si torna a votare al primo turno utile, non dopo 18, 24 o addirittura 30 mesi. È quel che è successo nell’ormai famigerato caso di Fondi, per il quale l’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni chiese per ben due volte, in Consiglio dei Ministri, lo scioglimento dell’amministrazione locale. A fronte di queste richieste ottenne due irrituali rifiuti. Il suo Presidente del Consiglio, non capendo (o fingendo di non capire) la ratio della legge, che ha una finalità preventiva e non punitiva, dichiarò pubblicamente nel corso di una conferenza stampa che nessun amministratore locale aveva ricevuto un avviso di garanzia. È anche il caso, più recente, del Comune di Leinì (TO), nel quale la maggioranza dei consiglieri si è dimessa, ma il Governo (Monti) ha comunque proceduto allo scioglimento per infiltrazioni mafiose.

C’è anche da dire che il 3 maggio dello scorso anno furono arrestati due candidati al consiglio comunale di quarto per associazione mafiosa. Entrambi concorrevano per le stesse sedie dell’attuale maggioranza di centro destra. I due, anche dopo gli arresti, furono comunque votati uno dei due ottenne quasi quattrocento preferenze. Ciò considerato le chiedo: come si spiega che in tutto questo tempo non sia stata mai disposta una commissione d’accesso al comune di Quarto?

L’invio della commissione d’accesso dipende dalla “sensibilità” del Prefetto competente. Su questo, indipendentemente dalla lettera della normativa, non ci sono regole o disposizioni certe e omogenee da seguire. In linea generale, la considerazione che si deve fare per decidere se inviare o meno una commissione d’accesso riguarda il pericolo corso dall’amministrazione comunale. Se ci sono elementi sufficienti per sospettare che l’operato dell’ente locale sia stato condizionato o sarà condizionabile in futuro dai poteri mafiosi, allora l’invio della commissione d’accesso dovrebbe essere disposto con una certa facilità. Se però si ritiene, come forse è stato fatto in questo caso, che il problema era circoscritto a due candidati, allora l’operato dell’amministrazione comunale non risente della mafiosità di persone che non siedono in consiglio comunale. In ogni caso, la loro presenza è certamente un campanello d’allarme che dovrebbe far scattare ulteriori accertamenti da parte delle autorità competenti. Ancora una volta, al di là di ciò che prevede la normativa, la prassi applicativa ci dice che l’invio della commissione d’accesso avviene quasi sempre quando “emerge” il problema infiltrazioni mafiose, quando cioè si verifica un evento che fa scattare “l’emergenza” mafiosa. In genere, quando si arresta un sindaco, dopo che viene ferito un assessore, dopo che si brucia la macchina al capo dell’opposizione il Prefetto può reagire inviando una commissione d’accesso. I casi più emblematici riguardano: lo scioglimento del comune di Taurianova nel 1991, la cui faida sanguinosa è proprio l’evento che indusse il Legislatore a introdurre la normativa sugli scioglimenti; lo scioglimento della ASL di Locri, la cui commissione di accesso si insediò all’indomani dell’omicidio di Franco Fortugno, vice presidente del consiglio regionale della Calabria; o ancora lo scioglimento della ASP di Reggio Calabria, il cui accesso fu disposto dopo che si scoprì che in un ospedale della zona era ricoverato un latitante di ‘ndrangheta.

D’altronde su tali fatti si espresse anche la Direzione Nazionale Antimafia. Nella sua ultima relazione annuale si legge proprio in riferimento agli arresti del 3 maggio a Quarto, che emerge un quadro drammatico in quanto il coinvolgimento dei candidati sarebbe espressione di una preoccupante occupazione delle istituzioni da parte della camorra.

Esattamente. In territori “controllati” dalle mafie, la presenza di candidati riconducibili a gruppi criminali non può considerarsi un evento casuale e frutto della passione politica di persone vicine ai clan. Insomma, da quel che è possibile desumere dalle informazioni disponibili, risulta evidente che le condizioni per procedere all’invio della commissione d’accesso ci sono tutte. In questi 20 anni di applicazione della normativa, le commissioni d’accesso sono state inviate, ed i comuni sono stati sciolti, anche per molto meno. In più, è da notare che questo Governo ha finora mostrato un particolare attivismo in tema di scioglimenti dei comuni: a fronte di una media di circa 9 scioglimenti all’anno nell’ultimo decennio, nel corso del primo semestre del 2012 sono stati sciolti ben 19 amministrazioni comunali.

pubblicato su www.liniziativa.net