Intervista esclusiva a Rita Borsellino

di aldocimmino

“A via d’Amelio lo Stato avrebbe dovuto interrogare se stesso” dichiara a vent`anni dalla strage

Nel ventennale delle stragi mafiose di Capaci e Via D’Amelio parla Rita Borsellino, la sorella del giudice ammazzato dalla mafia il 19 luglio 1992 ed eurodeputato iscritta al gruppo parlamentare S&D (Gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici), membro della Commissione Gai (Giustizia e Affari Interni) e della commissione CRIM (commissione contro le mafie e la criminalità organizzata).

Sono trascorsi vent’anni. Un lasso di tempo nel quale il nostro Paese non è mai riuscito a scrivere, del tutto, la parola verità sulle stragi del ’92. E sono vent’anni, a dire il vero, che alla vigilia delle stragi, ogni anno, vengono pubblicate notizie sulla progressione, o presunta tale, delle indagini. Addirittura tra maggio e giugno scorsi l’inchiesta sulla trattativa stato-mafia avrebbe portato a ipotizzare un coinvolgimento del consigliere giuridico del Presidente Napolitano e dunque del Quirinale. Secondo lei il nostro è un Paese pronto per la verità? 

Il problema è se si è pronti a cercarla la verità. Che la società la verità la voglia, su questo non c’è dubbio. Purtroppo, siccome lo Stato avrebbe dovuto interrogare se stesso, capire chi aveva lavorato e in che modo, ci sono stati evidentemente due modi diversi di essere Stato. Uno “Stato-Stato” e uno “stato-mafia” come l’ha definito il procuratore Teresi. Io credo che la verità sia assolutamente necessaria perché quelle verità false che ci hanno proposto e imposto continuano ad offendere la democrazia. Noi vogliamo la “verità vera”. Ora, vede, quando si è costretti a mettere degli aggettivi dietro le parole  verità o giustizia vuol dire che c’è qualcosa che non funziona. E io credo che in questi anni troppe cose non hanno funzionato. 

In più occasioni Paolo Borsellino puntava il dito contro quelle connessioni politico-mafiose che rappresentavano e rappresentano oggi il terreno fertile sul quale nasce e cresce la “mala pianta”. Secondo lei che è impegnata concretamente, anche nel mondo della politica, quali sono i comportamenti per rendere immune la società civile dai comportamenti di contiguità e complicità?

Ma vede, se una società deve fare i conti con parte delle istituzioni che non agisce con chiarezza, non agisce cioè per quello che possiamo chiaramente definire il bene comune ma ci sono troppi interessi diversi, interessi altri, se la società si rende conto di questo, è chiaro che non può avere fiducia nelle istituzioni. Quando in una democrazia le istituzioni di una società operano su due fronti diversi, lì c’è una discrasia che non può non portare danni enormi, come quelli che appunto si sono verificati nella nostra Repubblica. Una Repubblica che, purtroppo, ha sin dall’inizio vissuto di inganni, di buchi neri. A cominciare da Portella delle Ginestre, si parla di stragi di Stato, di parti deviate delle istituzioni. Tutto questo, è chiaro, confonde anche la gente. Una società che vorrebbe impegnarsi ma che non trova punti di riferimento. 

Specialmente se questi punti di riferimento, nonostante implicati in circostanze dubbie, non vogliono farsi da parte. Mi riferisco al fenomeno complesso dello scioglimento delle amministrazioni comunali per infiltrazioni mafiose dove molto spesso le responsabilità penali non sono sempre accertabili e dunque punibili. E a ben vedere, soltanto nel corso di quest’anno, sono diciassette le amministrazioni colpite dal provvedimento di rigore. Secondo lei, quali altre responsabilità sono da addossarsi a sindaci e amministratori di un comune sciolto per condizionamento mafioso?

Sicuramente l’applicazione del provvedimento di rigore con il quale si scioglie un consiglio comunale non è detto che metta la parola fine ma è certamente uno strumento importante [lo scioglimento dei comuni N.d.R.]. Certo uno strumento che dovrebbe essere anche, dal punto di vista legislativo, affinato per essere ancora più efficace. Detto questo la responsabilità principale in tali contesti non può che essere della politica. Certo anche parte della società che asseconda certi comportamenti politici. Ma la responsabilità è politica. 

In sostanza è quello che diceva suo fratello, il giudice Paolo Borsellino quando affermava che “l’equivoco sul quale spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto…” 

Certo, perché per potere condannare delle persone i magistrati devono avere delle prove di reato. Se a queste prove non si arriva, per svariati motivi, bisogna impedire che quelle persone continuino a fare impunemente quello che hanno fatto. Deve essere la politica, che a quel punto, fa pulizia al proprio interno, anche attraverso norme interne che permettano di estromettere, dalla politica stessa, persone che sono state coinvolte, a vario titolo, anche se per queste non è stato configurato un determinato reato. Anche perché da questo punto di vista c’è da sottolineare che non sempre la società ha quella maturità tale di scegliere correttamente. Maturità che invece dovrebbe avere sicuramente la politica, direi come obbligo morale. Non solo i cittadini devono domandarsi se è da votare questo o quello, ma anche la politica si comincia ad interrogare seriamente sulla possibilità di candidare certi personaggi. Certe persone, insomma, non devono essere più ri-proposte. 

Dal suo osservatorio della politica europea, secondo lei, che ruolo sta avendo l’Europa in questa battaglia? O che  ruolo potrebbe avere soprattutto in questo momento di crisi economico-finanziaria? 

Le devo dire che in questa fase è come se l’Europa stesse prendendo coscienza cominciando ad occuparsi di questioni del genere e credo che questo sia già un fatto importante. È chiaro che se ne occupa in chiave europea, quindi non specificatamente per ogni paese, ma dando norme generali che possano essere applicabili sui vari territori, purché ci sia la collaborazione dei singoli stati è ovvio. Noi italiani, per quanto concerne le politiche europee della GAI (Giustizia e Affari Interni) siamo tra i primi ad aver spinto in questa direzione perché è ovvio la mafia c’è l’abbiamo avuta in casa nostra e in modo molto più virulento che in altri paesi. Noi abbiamo già delle leggi avanzate da questo punto di vista che certamente non possono essere trasformate in leggi europee ma che possono rappresentare sicuramente delle buone prassi che servano da base di discussione. 

Per esempio? 

Per esempio, in Europa, stiamo cominciando a parlare di confisca, sarà difficile parlare di uso sociale dei beni confiscati perché quello dipenderà molto dalle legislazioni dei vari Paesi, ma sicuramente l’argomento della confisca in generale comincia ad essere trattato ad un livello superiore, così come viene trattato il tema della corruzione, del riciclaggio. Tutti problemi che sono presenti anche in altri paesi e che hanno caratteristiche diverse. 

E ritornando per un istante alla crisi economico-finanziaria, lei pensa che i provvedimenti che l’Europa sta assumendo per fronteggiarla tengano nella dovuta considerazione anche il peso ed il prezzo della componente mafiosa? 

Sicuramente sì! Si sta ponendo l’attenzione finalmente sulle cifre mafiose che fanno inorridire e che noi ben conosciamo come Paese visto che le analizziamo da più tempo. Sta impressionando molto il fatto che il prodotto della mafie possa corrispondere ad un bilancio di uno Stato e dunque si sta prendendo consapevolezza del fatto che le mafie rappresentino un problema che coinvolge tutti e che deve essere fronteggiato cooperando tra gli Stati. 

La gente fa il tifo per noi”. Suo fratello Paolo riprese questa espressione ricordando il suo amico e collega Giovanni Falcone durante la veglia organizzata dall’Agesci il 20 giugno 1992. Signora Borsellino secondo lei oggi la gente fa il tifo per i magistrati, insomma, fa il tifo per la lotta alla mafia? 

Ma guardi la gente ha certamente una consapevolezza molto maggiore di quanto non ne avesse prima. Infatti Paolo, allora, si meravigliava positivamente del fatto che la gente cominciasse ad occuparsi di mafia con molta più attenzione. E poi questa espressione di “fare il tifo” è molto forte, l’importante è che non venga presa alla lettera. Nel senso che non bisogna fare il tifo per i magistrati ma condividere il loro lavoro, essere presenti. È dunque la partecipazione attiva che possa affiancare l’azione dei magistrati ad essere fondamentale. Il magistrato non deve essere una star. Il magistrato è un uomo che fa un lavoro importante, ha delle grandi responsabilità, corre dei rischi anche gravi e i cittadini devono essere al loro fianco perché, come diceva Paolo, la vera protezione dei magistrati sono i cittadini che sono partecipi della loro attività con la consapevolezza che il magistrato fa un lavoro per il bene comune in nome del popolo italiano.

pubblicato su www.l’iniziativa.net