“Che rabbia”… è la nostra storia

di aldocimmino

“Che rabbia!” Sono giorni che continuo ad esclamare questa frase. L’ultima volta è stata questa mattina dopo aver letto l’articolo intervista a Claudio Santamaria, sul “Venerdì” di “Repubblica” di questa settimana.

L’attore parla di Genova e di quel 20 luglio 2001 quando la democrazia del nostro Paese, ancora una volta, andò in frantumi. Santamaria parla del film “Diaz” che tratta dei fatti di Genova durante i tre giorni in cui si svolse il G8 e nel quale interpreta Max Flamini, il vicequestore aggiunto del Primo reparto Mobile di Roma che comandava l’VII Nucleo. Quello che assaltò la scuola Diaz.

Prove occultate, indagini sviate, silenzi che coprirono le responsabilità del potere; di quanti, in occasione dell’incontro dei “grandi della terra”, sospesero la democrazia e i diritti fondamentali degli individui.

Forse non è ancora detta l’ultima parola. Forse è possibile credere che verranno evidenziate e sanzionate delle precise responsabilità.

Alla Cassazione, tra qualche mese toccherà dire l’ultima parola. Sta di fatto che quella vicenda è un fatto storico che ha un peso specifico. Quello dell’uso indiscriminato di un potere, molte volte occulto, che ha in se il dato della democrazia come solo dato possibile. Come solo potenzialmente attuabile.

Ho esclamato “che rabbia!” anche ieri sera, durante la trasmissione di Fabio Fazio, “Che tempo che fa”, quando furono intervistati tre attori del cinema italiano. Alle domande del conduttore rispondevano Valerio Mastrandrea, Pierfrancesco Favino e Fabrizio Gifuni. Rispondevano su un film che tratta di un’altra storia. Quella del 12 dicembre 1969 quando alle 16.37 un ordigno distruggeva la sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano. In Piazza Fontana.

“Romanzo di una strage” racconta di una di quelle catastrofi  che dopo circa quarantadue anni non ha ancora un colpevole. O meglio noi non conosciamo ancora i colpevoli che però, ed è questa la convinzione pasoliniana dell’ “Io so”, esistono e ancor oggi influenzano gli equilibri di potere del “sistema Italia”.

Diciassette morti, ottantotto feriti più le cosiddette vittime collaterali. Un bilancio da stato di guerra. Ma al di là delle vite umane coinvolte, a voler essere ancora più filosofici, ciò che è in gioco è la civile convivenza di una collettività che si illude di vivere democraticamente e la trasformazione della stessa percezione di Stato e di Stato democratico. Ciò che è in gioco, cioè, è la concezione stessa delle cose che è continuamente oggetto di modificazione a seconda degli interessi in gioco e a seconda dei desiderata di chi, in quel momento, manovra le leve del potere, generalmente inteso.

Ecco perché la memoria ha un valore fondamentale ed ecco perché la memoria va esercitata quotidianamente come un diritto fondamentale di ciascun individuo.

Attraverso la memoria, che non è sterile ricordo di fatti gravi o di morti eccellenti e non, si possono tirare le fila di una strategia che ancora oggi non è a tutti chiara.

Attraverso la memoria ci si può accorgere di quante volte “il sistema Italia” ha costretto il nostro paese a vacillare sull’orlo del baratro. O forse ci si rende conto di quante volte il Paese Italia ha tentato di risalire da quel fondo del baratro ma senza grandi successi.

Esclamerò ancora “che rabbia!” fra qualche giorno quando, per il ventesimo anno, ricorderemo le stragi del ’92. Quando lo Stato ancora una volta si batterà il petto indegnamente.

E con ipocrisia celebrerà la memoria dei suoi martiri. Lo deve fare perché su quelle bare, venti anni fa, era riposto il tricolore simbolo della Nazione. Già perché venti anni fa morirono alcune persone e morirono per la Nazione a causa della loro lotta contro “il sistema Italia”. Una lotta personale? Certo! Di lotta personale si trattava. Perché la scelta di difendere la democrazia italiana, di lottare per la difesa della Costituzione, di intraprendere una lotta continua contro un sistema di corruzioni, di intrecci politico-mafiosi, di interessi particolari a scapito di quelli collettivi, insomma la scelta di essere liberi, è senza dubbio una decisione personale ma che va contestualizzata ed istituzionalizzata in ruoli e funzioni.

Non si è poliziotti, magistrati, giornalisti, politici e parlamentari in modo fittizio. Soprattutto non si è cittadini in modo fittizio. Non possiamo relegare la nostra posizione a mero spettatore di una storia che non ci piace e della quale, molto, spesso, non abbiamo neanche vissuto.

Di pezzi della storia del nostro paese pensiamo che “non ci appartengono”, eppure influenzano il nostro modo di vivere e di pensare.

Ecco perché nasce il dovere di affrontare quella storia nei suoi aspetti attuali. Il dovere di lottare al fianco di quelle categorie sociali che subiscono i colpi inferti dal “sistema democratico di facciata”. Quella “democrazia” che piange quando si pronuncia la parola sacrificio o che ride quando intravede la possibilità di ingenti profitti che possono farsi sulla ricostruzione post-terremoto, o che brinda ad intere strade sventrate e riempite di tritolo.

In Italia non ci si assume mai la propria responsabilità. Ci si fa i fatti propri. Si delega tutto, anche la propria libertà. Perché più si va avanti e più difficile sarà sopportare ed affrontare la stratificazione di sporcizie di Stato accumulate nel tempo. E allora si segue la corrente senza decidere neanche più la direzione. Proviamo invece a fermarci e a sbattere in faccia a questa corrente impazzita la nostra idea di Stato, di Democrazia e di Responsabilità. Proviamo ad arrabbiarci, veramente. A sentire quel calore che ci invade il corpo quando subiamo un torto ingiusto. Quando il disagio ci avvolge e il rossore colorisce il nostro volto, facendoci muovere verso un sentimento ed un fare di giustizia.