La Direzione Nazionale Antimafia, camorra e rifiuti in Campania

di aldocimmino

Dal business dei rifiuti alle amministrazioni locali. L’analisi della procura nazionale antimafia racconta gli affari criminali dei clan in Campania prima e dopo l’arresto di Michele Zagaria, l’ultimo dei latitanti Casalesi catturato nel 2011

“È ormai manifesta una camorra che non solo mortifica le iniziative economiche che lecitamente si cerca di intraprendere in determinati territori a rischio di infiltrazione mafiosa, ma che con il suo agire determina effetti perniciosi per la salute della collettività.” Questa la sintesi della relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia che fotografa la situazione campana.

Il consueto rapporto della Procura nazionale, quest’anno, traccia una descrizione assai composita di quello che la camorra rappresenta sul territorio campano, oltre le influenze che questa ha sia internamente che esternamente.

Ma un dato è finalmente lampante. Quello del business dei rifiuti. Un affare, quello dello smaltimento illecito, che la Procura Nazionale Antimafia non esita a definire come la principale fonte illecita di risorse economiche per la camorra che risulta essere l’unica vera organizzazione criminale operante in tale settore. Non solo; secondo la DNA la camorra è l’unica organizzazione criminale che tende al controllo del territorio non solo per gestire il circuito di smaltimento ma per renderlo “ricettacolo dei rifiuti”

La lucrosa attività della spazzatura, si sottolinea nella relazione, è ancora in massima parte, sotto il predominio organizzativo – criminale del clan dei Casalesi operanti principalmente sul territorio della provincia di Caserta. Uno scenario criminale che mostra non solo l’incapacità delle amministrazioni locali e centrali di affrontare la cosiddetta emergenza rifiuti in Campania, ma anche una rete affaristica che coinvolge pezzi delle istituzioni e della politica oltre che pezzi dell’imprenditoria.

Settori deviati che la DNA, chiarisce, sono da sempre attratti dalla convenienza derivante dall’abbracciare i propositi criminali delle organizzazioni camorristiche su questo specifico profilo economico-criminale.

Ecco perché la DNA punta il dito contro una legislazione che in tale settore stenta ancora a configurarsi come efficiente dal punto di vista di un reale contrasto alle ecomafie. La Procura Nazionale, infatti, evidenzia come la mancanza nel codice penale, di specifici reati ambientali di criminalità organizzata, determini inutili e defatiganti torsioni di norme esistenti pur di assicurare alla giustizia autori di enormi disastri ambientali.

Il riferimento è alla norma prevista dall’art. 434 del codice penale che ha rappresentato, si legge nella relazione annuale, la maggiore causa di fallimento del procedimento denominato “Cassiopea” e condotto dall’autorità giudiziaria di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano. Delle due l’una. O la criminalità organizzata di tipo ambientale è un invenzione della magistratura nonostante la radicale trasformazione del territorio e gli allarmanti dati dell’inquinamento campano, oppure bisogna puntare sulla legislazione antimafia, da questo punto di vista, ancora assai carente.

A sostenere, però, la seconda ipotesi ci sarebbero alcuni dati pubblicati sulla rivista scientifica internazionale, The Lancet Oncology. Le ecomafie rappresentano la maggiore causa di aumenti di malattie tumorali specialmente in territori relativi alla provincia nord di Napoli e nel basso casertano. Dati scientifici, infatti, hanno dimostrato come l’esposizione della popolazione ai rifiuti abbia determinato tale aumento.

Uno studio epidemiologico, si legge ancora nella relazione della DNA, pubblicato nel 2010 dal Dipartimento Ambiente e connessa Prevenzione Primaria dell’Istituto Superiore di Sanità, ha di recente evidenziato che dal 2008 si registra un accumulo di diossina ed una presenza di determinati inquinanti nel sangue e nel latte materno in gruppi di popolazione a differente rischio d’esposizione in Regione Campania.

Dunque la Procura Nazionale Antimafia lancia l’allarme ecomafie. Un monito lanciato, a dire la verità, già dal ’91, dai magistrati napoletani, con una serie di operazioni volte a sventare il lucroso, e meno rischioso, cosi lo definivano gli stessi boss, traffico illecito di rifiuti tossici e speciali provenienti dalle imprese del nord Italia. Le operazioni “Adelphi”, “Eco”, “Cassiopea”, “Terra Mia” infatti, avevano tracciato negli anni un immagine plastica di quello che era l’ecomafia in Campania.

E quanto agli interrogativi circa gli intrecci politica – imprenditoria e camorra, risponde una “vecchia” ordinanza di custodia cautelare richiesta dal Gip Piccirillo, nel “lontano” novembre 2009, ai danni di Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’Economia durante il governo Berlusconi e coordinatore regionale del Pdl in Campania.

In tale ordinanza si sottolinea proprio un ruolo fondamentale di Cosentino nell’ambito delle indagini sulla questione rifiuti; responsabilità che si sarebbe concretizzata – si legge in tale ordinanza – “creando e co-gestendo monopoli d’impresa in attività controllate dalle famiglie mafiose, quali l’ECO4 s.p.a., e nella quale il Cosentino esercitava – in posizione sovraordinata a Giuseppe Valente, Michele Orsi e Sergio Orsi – il reale potere direttivo e di gestione, così consentendo lo stabile reimpiego dei proventi illeciti, sfruttando dette attività di impresa per scopi elettorali, anche mediante l’assunzione di personale e per diverse utilità”.

Ed è proprio il suo ruolo politico ed imprenditoriale a determinare la nascita della società ECO4 s.p.a. e la possibilità di ottenere, per questo soggetto imprenditoriale, la certificazione antimafia, facendo pressione sull’autorità prefettizia per il rilascio di questa. Paradossale credere di poter ottenere una certificazione del genere per un’impresa che, secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Gaetano Vassallo, rappresentava diretta espressione della criminalità organizzata e che si inseriva in una strategia criminale di continua aggravamento della cosiddetta emergenza rifiuti.

Dapprima, si legge ancora nella ordinanza del Gip Piccirillo, con l’individuazione di terreni per la realizzazione di una nuova discarica e successivamente con il progetto impreditorial – criminale della costruzione di un termovalorizzatore. Ed è grazie alla collaborazione con la giustizia che sono potuti emergere vent’anni di consolidata egemonia criminale nel settore dello smaltimento dei rifiuti. Apporto, quello dei collaboratori di giustizia, che la relazione della DNA di quest’anno non esita a definire quanto sia stata fondamentale per la scoperta di grandi siti trasformati in immense discariche nelle quali giacciono anche rifiuti tossici e pericolosi.

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pubblicato su “Verità e Giustizia, la newsletter di Liberainformazione”, n.84 del 9 febbraio 2012