Dalla casa del boss alla “casa dei giornalisti”

di aldocimmino

Un esempio di riutilizzo sociale di beni confiscati: nei Quartieri spagnoli un basso della camorra trasferito al Coordinamento giornalisti precari della Campania

Una sfida nel cuore del centro storico di Napoli. Ad accoglierla sono i ragazzi del Coordinamento giornalisti precari della Campania. Un gruppo formatosi sulla necessità di affrontare i temi più dolorosi del sistema dell’informazione italiana. Primo di tutti quello della condizione precaria di moltissimi giovani che vorrebbero lavorano nel mondo del giornalismo. E da oggi continueranno a farlo da un punto nevralgico del centro storico della città. Continueranno a far sentire la loro voce dai Quartieri Spagnoli. Il Coordinamento, infatti, a partire dallo scorso agosto, è stato assegnatario di un bene confiscato alla camorra che i giovani giornalisti vorrebbero trasformare in “casa dei giornalisti”.

Un “basso” appartenuto al boss Ciro Mariano. Un nome che in questi quartieri evoca un periodo forte di gestione criminale tra alleanze e stragi. Dai Di Biase ai Licciardi, stringendo accordi anche con il clan Contini del quartiere Ferrovia, Ciro Mariano comandava soprattutto grazie alla manovalanza disperata del suo piccolo regno. Per lo più giovani e pronti a tutto pur di soddisfare i propri bisogni consumistici. Cosi nei quartieri Spagnoli, tra vicoli e “vicarielli”, la camorra dei Mariano gestiva il traffico di droga all’ombra. Proprio in quell’intreccio di viuzze, impossibili da scorgere, riscuoteva le tangenti sui profitti ottenuti dalla prostituzione dei transessuali. Ancora, dall’alto degli stessi quartieri, imponeva le estorsioni ai commercianti della zona di Chiaia. Tutto questo era in mano al clan, che fu decapitato nel 1991 quando i fratelli Ciro e Salvatore Mariano vennero arrestati. Da quel momento in poi pentiti, confessioni e indagini patrimoniali portano alla confisca definitiva di molti dei beni da loro posseduti. Tra cui anche questo terraneo che il Comune di Napoli ha affidato al gruppo dei giornalisti precari, 50 metri quadrati per rilanciare le attività del Coordinamento in un contesto assai paradossale.

I giornalisti a casa di quel boss, Ciro Mariano, che non amava la stampa. Tanto che durante la celebrazione del processo a suo carico chiese al presidente della Corte di non essere ripreso dai fotografi. Dunque un contrasto tra quartieri, che celano, nascondono, concorrono e tacciono e giovani che della parola hanno fatto la loro professione. E il contrasto è reso ancora più paradossale se si pensa che quegli stessi quartieri e quelle stesse logiche sono in grado di minacciare e punire quelli che parlano troppo. Come è accaduto a Giancarlo Siani, giovane precario de Il Mattino, ucciso nel 1985 dalla camorra, a cui i giovani del coordinamento si ispirano. E come è accaduto ad Arnaldo Capezzuto, giornalista napoletano di “Napolipiù”. Ripetutamente minacciato per aver raccontato la storia di Annalisa Durante, uccisa, nel 2005, perché usata come scudo umano durante un agguato di camorra a Forcella.

Ma è proprio questo il punto dal quale ripartire. Spezzare e creare discontinuità tra la popolazione di certe zone e le logiche che si sono per troppo tempo sedimentate e sono entrate a far parte del senso comune. Tanto da far diventare eccezionale ciò che dovrebbe essere ordinario. E cioè la denuncia e l’attivismo politico e sociale. Ecco perchè parla di faro costante, Ciro Pellegrino del Coordinamento dei precari. Manifestando la volontà di fare luce sulle dinamiche e bisogni più invisibili di questi territori. Ricominciando proprio dalla comprensione di quei fenomeni che ci circondano potendone scrutare in ogni momento, il loro cuore pulsante. Quello che batte nei quartieri spagnoli e che fa circolare gente e dinamiche di cui si sa ancora troppo poco. Ecco allora che la casa dei giornalisti può diventare una postazione privilegiata di osservazione. E allora Pellegrino lancia un appello. “Abbiamo bisogno del sostegno di tutti i napoletani in termini di partecipazione civile a tutti gli eventi che promuoveremo e che si faranno all’interno della casa”.

Ecco un esempio virtuoso di riutilizzo dei beni confiscati. Ed ecco che cosa vuol dire restituire alla cittadinanza quello che la criminalità organizzata ha sottratto con la forza. Significa dare, ai territori martoriati dalla camorra, una seconda opportunità. Ma soprattutto vuol dire avviare, insieme con la gente dei quartieri, percorsi di responsabilità e di costruzione della legalità e del rispetto della legge. Destinare e ri-usare un bene confiscato alla camorra significa, ogni volta, ribadire che la camorra in quel posto, tra quelle quattro mura, ha perso. E che se è stato possibile una volta lo può essere ancora.

tratto da “Osservatorio sui beni confiscati” – mensile “L’iniziativa”  e pubblicato su www.liniziativa.net  ( http://www.liniziativa.net//news/?id_news=952&Dalla+casa+del+boss+alla+%22casa+dei+giornalisti%22&path=21 )