Crisi economica in tempo di mafia

di aldocimmino

Oltre 330 miliardi all’anno i costi delle mafie in Italia. Ecco dove prendere i soldi

È certamente evidente lo stato di crisi economico-finanziaria che dagli Stati Uniti d’America sta attraversando le borse di mezzo mondo. Lo tsunami finanziario americano, che sta investendo l’economia mondiale, ha certamente messo in luce una serie di contraddizioni ma soprattutto ha reso irrinunciabile l’esigenza di affrontare reali problemi dell’economia italiana. Del tutto anomala. Le anomalie così evidenti nascono da quell’unica grande anomalia dal nome mafia. Non molto tempo fa si sentiva già parlare della cosiddetta “mafia s.p.a” e cioè di un fenomeno che da sociale è diventato senz’altro economico e finanziario. “La mafia è entrata in borsa” affermò circa vent’anni fa Giovanni Falcone. La sua fu una diagnosi lungimirante e attenta al processo di sviluppo del fenomeno mafioso e quindi di sottosviluppo della società civile. Ecco perché, probabilmente, non è da folli affermare che è proprio nella lotta alle economie illegali che può essere ritrovata la strada del risanamento economico del nostro paese. Certamente afflitto da una crisi, conseguenza di un capitalismo globalizzato, ma già martoriato dai costi delle mafie e della corruzione tipicamente italiani. Dunque ci si sarebbe aspettati, dalle manovre economiche del Governo, una seria presa di posizione al fine di, ad un tempo, segnare, finalmente, un punto fermo nella lotta alle mafie oltre che assumere provvedimenti sicuramente importanti per far fronte a questo crollo economico globale. E invece la manovra economica d’Agosto, approvata dal Governo Berlusconi con decreto legge numero 138 del 2011, di tutto questo non tiene conto. Non tiene conto che l’economia illegale costa, all’Italia, circa 330 miliardi di euro all’anno a fronte di un’operazione, quella del Governo, che prevede taglie e prelievi per circa 45,5 miliardi di euro. A sottolinearlo è l’appello, lanciato al Governo, da Avviso Pubblico, l’Associazione, nata nel 1996, con l’intento di collegare ed organizzare gli Amministratori pubblici impegnati a promuovere la cultura della legalità democratica nella politica, nelle pubbliche amministrazioni e sui territori da essi governati. Un appello che mette in evidenza che la reale ragione di sottosviluppo del Paese, certamente aggravata dalla crisi, sia proprio, “forse”, da ricercare in quei 330 miliardi.

I profitti della “mafia s.p.a.”

Circa 150 miliardi di euro all’anno. Questi i profitti stimati dalla Commissione Parlamentare Antimafia. Sono cifre che, sempre secondo la Commissione presieduta dal senatore Pisanu, sottraggono quasi il 15 % di Pil in regioni come la Basilicata e la Puglia. In termini di posti di lavoro significa affermare che la presenza delle cosche, sul territorio, sottrae ogni anno circa 180 mila posti di lavoro all’anno. Solo nel Mezzogiorno secondo dati del Censis. Questa drammatica realtà non si deve solo ed esclusivamente alle tipiche pressioni delle organizzazioni criminali sul mondo della media e grande impresa. C’è uno spartiacque che deve certamente far riflettere. Ed è il fatto che attorno alla metà degli anni ’70 le cosche passano dalle tradizionali attività di pressione sull’economia legale come usura, racket delle estersioni, truffe e contraffazioni a quella che può essere definita una vera e propria alleanza tra le grandi imprese, anche esterne ai sistemi economici locali, e il capitalismo mafioso. Il grande passaggio, lo sottolinea molto bene Pino Arlacchi nella sua opera “La Mafia Imprenditrice”, è dalla pressione ai singoli operatori economici a gruppi di pressione nei confronti dello Stato. La conseguenza immediata, sempre secondo il pensiero di Arlacchi, è la creazione di quel ben noto sistema che permette l’innalzamento, artificioso, dei costi degli interventi pubblici nel Mezzogiorno. Un sistema ben noto ma che certamente non sembra essere stato intaccato dall’attuale manovra economica del Governo né da altri provvedimenti legislativi fin ora approvati.

Nel XII rapporto di Sos Impresa, Associazione di imprenditori nata a Palermo nel 1991, si legge che la mafia è entrata a pieno titolo nel tessuto economico del Paese. Le attività predilette dalle mafie sono infatti nei settori dell’edilizia, in tutte le sue fasi, ma anche i settori commerciali e turistici, quindi franchising, media e grande distribuzione. Sono, inoltre interessati dalle attenzioni mafiose i settori del gioco e delle scommesse. A tale proposito, infatti, la Commissione Parlamentare Antimafia evidenzia come tale settore costituisca il punto d’incontro di plurime e gravi distorsioni dell’assetto socio-economico. Uno per tutti, si legge nella sintesi di relazione, la sottrazione di ingenti risorse destinate all’erario. Non è un caso, infatti, che nell’ultima relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia si legge proprio, a proposito delle infiltrazioni mafiose nel settore dei giochi e delle scommesse, che “la criminalità organizzata sta acquisendo quote sostanziose del mercato del gioco con conseguenze gravissime andando ad incidere in maniera significativa sulle entrate fiscali.”

I costi della corruzione e dell’evasione fiscale

Ottantasettesimo posto. È questa la posizione assegnata all’Italia. Una posizione che colloca il nostro paese tra gli ultimi, dell’Unione Europea, per corruzione e libertà di iniziativa economica. La classifica, stilata dall’Index Economic Freedom 2011, prodotto dalla “Heritage Foundation” e dal “Wall Street Journal”, mette in luce, come si legge dalla relazione, che la corruzione e le organizzazioni criminali rappresentano i principali ostacoli allo sviluppo, oltre che allontanare gli investimenti dei capitali stranieri. Ma non è solo questione di classifiche. A tirare le somme è la Corte dei Conti. Questa ha infatti stimato che la corruzione costa all’economia italiana circa 60 miliardi di euro all’anno, pari a circa mille euro pro capite, neonati compresi. A queste cifre certamente vanno sommate quelle dovute all’evasione fiscale. Secondo studi presentati dall’Istat, infatti, l’economia sommersa oscillerebbe da un valore minimo di circa 225 miliardi di euro ad un massimo di circa 275 miliardi di euro e cioè circa il 18% di Pil.

La manovra economica e il Sistri.

E così che il legislatore, quello che ha varato l’ultima manovra economica shock del Governo, di quello stesso che continuava, non molto tempo fa, a dichiarare che “non avrebbe mai messo le mani in tasca agli italiani”, di tutto questo, fatalmente, se ne dimentica. Quindi prelievi e tagli per circa 45,5 miliardi di euro. Peccato che, sotto la scure impazzita di Tremonti, ci sia finito anche il sistema di tracciabilità dei rifiuti (Sistri). Il decreto legge del Governo, infatti, con un colpo abroga il comma 2 lettera a) dell’articolo 188 bis,  l’articolo 188 ter e l’articolo 260 bis del decreto legislativo numero 152 del 2006, il cosiddetto Codice dell’Ambiente. Quelle norme infatti prevedevano di garantire la tracciabilità dei rifiuti dalla loro produzione fino alla destinazione finale mediante un sistema digitale di tracciabilità obbligatorio per tutta una serie di imprese previste dalle norme abrogate. Per ragioni di cassa, questa è la giustificazione ufficiale, il Sistri non entrerà mai in vigore e l’abrogazione delle relative norme riporterà al sistema cartaceo dei registri di carico e scarico e dei formulari di identificazione dei rifiuti, tra l’altro facilmente falsati, in passato, dalle organizzazioni criminali. Ed ecco quindi che nel “Dl manovra” si inserisce, va ricordato per ragioni di cassa, un regalo alle ecomafie. Che oltre a non essere ancora previste specificamente nel codice penale, ora avranno vita ancora più facile nella gestione dello smaltimento illegale di rifiuti pericolosi. Tutto questo non fa altro che incrementare i profitti delle mafie nell’ambito dell’ “affair rifiuti” che com’è noto si concretizza in veri e propri accordi economico-finanziari tra grosse imprese del nord e organizzazioni criminali. Dunque l’abrogazione del Sistri non solo incide negativamente sullo sviluppo e sulla produttività di moltissime imprese che avevano già investito nel sistema digitale di tracciabilità dei rifiuti, cosi come era imposto dalla legge, ma facilita la proliferazione di quei costi delle illegalità che certamente, per usare un eufemismo, bloccano la crescita di questo Paese.

Pubblicato su www.liniziativa.net 

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