Strage di Via D’Amelio, esigenza della “ragion di Stato”

di aldocimmino

A diciannove anni dalla morte di Paolo Borsellino, la società civile non rinuncia alla verità

Sono trascorsi circa diciannove anni da quel 19 luglio 1992. Una data drammatica dell’oscura storia del nostro Paese. Ancor oggi restano i dubbi e le ombre su fatti gravissimi che hanno segnato il percorso politico e sociale dell’Italia. Paolo Borsellino, in quel 19 luglio 1992, si era recato dalla madre per una visita. Non era solo. C’erano gli agenti della sua scorta. Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Agostino Catalano. Alle 17.00 di quel 19 luglio 1992 fu posta fine alla loro vita. Un’autobomba esplose proprio sotto casa della madre di Borsellino sventrando gli edifici circostanti e i corpi del magistrato e degli uomini della scorta. Una ferocia pari solo a quella che, 57 giorni prima, si era abbattuta su Giovanni Falcone, nella strage di Capaci. Falcone e Borsellino. Caduti nella guerra contro la mafia. Contro la sola mafia? Oggi le indagini delle procure che sono impegnate sui diversi fronti, dalla procura di Palermo a quella di Caltanissetta e la Procura di Firenze, ci dicono che Falcone e Borsellino non furono uccisi solo per mano mafiosa. Ci dicono che quella mano fu armata da alcuni uomini dello Stato e degli apparati deviati dei servizi segreti. Ci dicono che la verità sulle stragi, a distanza di circa diciannove anni, pare sia ancora lontana. Molti infatti sono gli aspetti che devono ancor essere chiariti.

1989, la stagione dei veleni

C’è stato un periodo, fino al 1987, in cui sembrava che lo Stato facesse davvero la lotta alla mafia. Era il periodo del maxi di Palermo, reso possibile grazie alla legge “Rognoni – La Torre” che fu approvata nel 1982 dopo che caddero il prefetto Dalla Chiesa prima e lo Stesso Pio La Torre dopo. Un processo esemplare con il quale Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e gli uomini del pool antimafia, dimostrarono che la mafia non era affatto invincibile. Che poteva essere processata in quella stessa città in cui spadroneggiava. In quella stessa città che aveva già intriso di sangue di molti servitori dello Stato e di vittime innocenti. Ma fu in realtà un periodo definito “dei veleni” che già dimostrava tutta l’intolleranza di un sistema, nei confronti di quanti stavano sconvolgendo gli equilibri mafiosi tra politica, criminalità ed economia. In quella stagione le cronache siciliane e nazionali dovettero registrare le reazioni di rigetto di molti rappresentanti dello Stato. Quel punto fermo, che resta il maxiprocesso di Palermo, aveva suscita sconvolgimenti interni che si tradussero in continui attacchi ai due magistrati antimafia e a quanti ne condividevano il percorso culturale e professionale. Lo stesso Alfredo Biondi, l’allora vice presidente della Camera, si fece promotore di un appello all’allora Presidente della Repubblica, Cossiga, perché prendesse posizione sul “caso Palermo”. Continui attacchi della politica ai magistrati e continue dicerie nei corridoi del palazzo di giustizia palermitano, alimentavano lo stato di sospetti e sfiducia. Insomma si poteva già presagire che lo “Stato” non sarebbe stato grato ai massimi ispiratori della lotta alla mafia per come doveva essere fatta. E cioè con il presupposto di annientarla e non con quello di contenerla entro “limiti fisiologici”.

Addaura e Via D’Amelio passando per gli omicidi Piazza e Agostino

Nomi di luoghi e di persone che contribuiscono a porre un solo punto interrogativo. Chi ha voluto la morte di Falcone e Borsellino? Questa è la domanda che ogni anno, da circa diciannove, i familiari dei magistrati, le associazioni, parte della cittadinanza attiva pongono incessantemente in occasione della commemorazione dei due giudici uccisi dalla mafia. Una domanda alla quale lo Stato non riesce a rispondere specialmente se si considera che negli ultimi due anni e mezzo, la riapertura delle indagini sulle stragi mafiose, ha rafforzato ancora di più la convinzione dell’esistenza della trattativa tra Stato e mafia. Una vicenda complessa che vede implicati uomini delle istituzioni, del Sisde e politici come gli artefici di un compromesso storico tra lo Stato italiano e l’organizzazione criminale “cosa nostra”. Addirittura ci sarebbe il rovescio della medaglia. Non è la mafia che si avvalse dell’aiuto di certi uomini dello Stato. Ma sarebbe lo Stato ad essersi avvalsa dell’organizzazione militare mafiosa. Certi uomini dello Stato, in particolare appartenenti al Servizio Segreto civile, sarebbero stati presenti in tutti gli episodi più gravi. Un misterioso uomo, ad esempio, di cui oggi conosciamo solo il cognome (Aiello), vicino a troppi fatti di sangue e frequentatore assiduo di mafiosi. Aiello, dirigente della polizia in pensione, per gli inquirenti, era presenta al fallito attentato all’Addaura, quando furono rinvenuti circa 58 candelotti di dinamite posti nei pressi della villa di Giovanni Falcone. Era il 21 giugno 1989. Ma a quell’episodio si ricollegano altri due punti interrogativi. Gli omicidi Piazza e Agostino. Emanuele Piazza, collaboratore del Sisde e Nino Agostino, agente di polizia, avrebbero compromesso l’attentato ai danni del giudice Falcone e dunque sarebbero stati uccisi, secondo le rilevazioni del pentito Lo Forte, che riferisce notizie de relato, per evitare che denunciassero il coinvolgimento di uomini delle istituzioni. Poi la strage di Via d’Amelio. Anche in questo caso le dichiarazioni del pentito, Gaspare Spatuzza, confermano la presenza di un uomo dei servizi (di nuovo Aiello) durante le operazione preparatorie della strage contro Borsellino. Quale il suo ruolo e per conto di chi operava? A queste domande si cerca ancora una risposta.

Il Castello Utveggio. Sede del Cerisdi o del Sisde?

La questione del Castello palermitano che sovrasta la città è ulteriore conferma del coinvolgimento di apparati deviati dei servizi segreti. A rilevarlo una serie di numeri di telefono che hanno portato a contraddizioni e interrogativi. Ufficialmente il Castello Utveggio è sede del Cerisdi, Centro di ricerca e studi direzionali. Insomma un centro di eccellenza per la formazione dei dirigenti. Peccato il numero di telefono di riferimento, rinvenuto dagli inquirenti in un cellulare sequestrato ad un funzionario di polizia, non corrispondeva alla segreteria del Cerisdi, bensì , a quel numero rispondeva il dirigente del Servizio segreto civile di Palermo. Insomma una circostanza abbastanza bizzarra che, sommata alle altre, non possono che far ritenere, quantomeno, una partecipazione attiva di certi apparati deviati dello Stato. Ma non è il solo caso di numero telefonico sospetto. Uno degli stragisti, Gaetano Scotto, telefonò, nel febbraio 1992, ad un numero intestato al Cerisdi e poco prima ad un dirigente del Cerisdi stesso. Inoltre pare che quel numero contattato da Scotto fosse anche contattato da un’utenza mobile, intestata anch’essa al Cerisdi ma in continuo contatto con la Gus, società di copertura del Sisde. Al di là della rete di numeri telefonici va ricordato che oggi Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde, sconta la pena di dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

A che punto siamo?

A questa domanda rispondono alcuni magistrati palermitani che hanno preso parte alla tre giorni, organizzata dal “Popolo delle Agende rosse” di Salvatore Borsellino. Una parte dell’Italia, quella dei corrotti e dei collusi – a detto Antonio Ingoria – non vuole la verità sulle stragi del ‘92”. Stragi che il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, non esita a definire “di Stato”. E denuncia nuovamente,  “Borsellino era  a conoscenza della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia già dal 28 giugno 1992”. Una consapevolezza che, forse, non riuscì a condividere con nessuno, nell’immenso isolamento in cui si venne a trovare. Ecco perché il pm delle Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Nino Di Matteo, ha sottolineato di come sia  importante il sostegno, al lavoro del magistrato, e l’impegno, di associazioni e cittadini attivi. “Quando gridate la vostra sete di giustizia – ha detto Lari, ieri, davanti al Palazzo di Giustizia di Palermo – anche quando il paese sembra narcotizzato, noi vi siamo grati”. Sembra, infatti, di risentire le parole di Paolo Borsellino in occasione della prima commemorazione di Falcone. Borsellino ricordava le parole di Falcone.  “ La gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dava al lavoro del giudice ma significava che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze”.

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