Codice Antimafia, il nuovo spot del Governo

di aldocimmino

Dopo 29 anni dalla legge Rognoni  – La Torre, c’è il tentativo di accantonarla

Il codice antimafia non è un codice. Affrettato, pieno di errori e contraddizioni tra le norme, finanche ad essere dannoso per la lotta istituzionale, e non solo, alle mafie. Cosi, in sintesi, la pensano i magistrati, gli esperti di diritto ed esponenti della società civile e delle associazioni antimafia, nonché alcuni rappresentanti, tra quelli che hanno maggior buon senso, delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato. Il testo proposto dal Governo, su delega del Parlamento, è sostanzialmente insufficiente. A rilevarlo sono gli esperti che si sono incontrati a Palazzo Marini, a Roma, per discutere dell’esigenza che il Governo, da questo punto di vista, cambi rotta. Se non vuole produrre danni al già complesso compito del contrasto alla criminalità mafiosa. Insomma se non abbia deciso di mettere i bastoni tra le ruote a quanti, tra magistrati e forze dell’ordine, portano avanti il loro impegno antimafia. Si perché il complesso schema di decreto legislativo, che dovrebbe essere emanato il prossimo 7 settembre 2011, pena la impossibilità per il Governo di legiferare sull’oggetto della delega oltre il termine imposto dal Parlamento, comporta seri problemi di coordinamento delle norme oltre che di coordinamento delle attività dei soggetti preposti alle indagini antimafia e patrimoniali. Riduce al minimo la normativa antimafia, ma quel che è peggio sembra accantonare la legge Rognoni – La Torre. Di questa ne copia solo l’articolo uno che introduce nel codice penale l’importantissimo articolo 416-bis, cioè il reato di associazione di stampo mafioso.

 “Ma lo spezzetta – ha denunciato Vito Lo Monaco, Presidente del Centro Studi “Pio La Torre”, che a presieduto i lavori del convegno a Palazzo Marini, organizzati proprio dal Centro Studi – facendogli perdere quell’energia interpretativa del fenomeno mafioso che ha guidato l’azione dello Stato e dell’Antimafia in questi trent’anni”. Gli fa eco l’Onorevole Rognoni, anch’egli presente alla conferenza-dibattito a Palazzo Marini, ricordando che quella del 1982 fu “una stagione irripetibile, fatta di anni difficili, nei quali, pure in mezzo a mille difficoltà, si riuscì a far varare la legge 646 del 1982”. Cioè la legge che ha segnato il punto di svolta fondamentale nella lotta istituzionale alle organizzazioni mafiose. Una legge che è stata possibile, però, solo in seguito al tributo di sangue del Generale e Prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa e dello stesso Pio La Torre. Solo allora lo Stato fu costretto ad approvare quella importantissima legge che permise anche di far processare gli stessi assassini mafiosi di La Torre. Ed è proprio questo che dà lo spunto per un’ulteriore riflessione. In trent’anni di legislazione antimafia lo Stato ha approvato leggi, via, via sempre più repressive, sull’onda emozionale di delitti mafiosi eclatanti. Gravissimi fatti di sangue davano il senso di quello che stava accadendo. La mafia stava alzando moltissimo la posta in gioco e lo Stato doveva necessariamente rispondere in modo serio e veloce. A quei tempi – sottolinea ancora Lo Monaco – eventuali errori sarebbero stati plausibili data la necessità di affrontare situazioni emergenziali”. Ma oggi, ci si chiede, come sia possibile produrre un testo altamente scoordinato e certamente in netta contraddizione con la volontà di porre in essere uno strumento di vera lotta al crimine organizzato in un contesto di relativa calma, o forse di “pax mafiosa”.

Lo scollamento tra la politica e l’esperienza della giurisdizione

A rilevarlo con amarezza è Luca Palamara, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, che al dibattito è intervenuto sottolineando come il testo licenziato dal Governo dimostri di non conoscere la materia, ma soprattutto non si è preso in considerazione l’impatto che determinate norme hanno sul sistema. Sicuramente negativo, questo è il dato di fatto che emerge, sia dal punto di vista dell’esperienza giurisdizionale che dal punto di vista di quella sociale ed economica. “Siamo di fronte ad un testo – ha dichiarato Palamara – che il Governo ha prodotto in totale isolamento rispetto all’esperienza degli operatori di diritto”. Azione questa che ha realizzato un progetto, certamente ambizioso e fondamentale nei suoi propositi (almeno cosi risulta dal testo della legge delega) ma che di fatto non realizza e non è in grado di coordinare l’azione antimafia, ma anzi la ingarbuglia e la rende di difficile interpretazione anche per chi da anni porta avanti l’impegno del contrasto al potere mafioso.

Il Codice Antimafia e la criminalità organizzata di tipo mafioso

Il Codice non è tale. Dal punto di vista della definizione dei reati di mafia, infatti, non realizza alcun coordinamento ne di norme di diritto penale sostanziale, ne tanto meno di quelle di diritto processuale penale. Ecco perché gli esperti sottolineano l’impossibilità di definirlo codice. Mancano i requisiti stessi di un codice. Insomma poche norme che non permettono di considerare, dal punto di vista normativo, in modo organico la criminalità di tipo mafioso. Mancano, addirittura le abrogazioni espresse. Infatti se il testo fosse approvato in questo stato rimarrebbero in vigore, per fare un esempio, sia l’articolo uno del Codice Antimafia, sia l’articolo 416bis del codice penale. Doppioni inutili e dannosi. Mancano insomma principi e criteri direttivi della normativa penale antimafia omettendo inoltre l’adeguamento della legislazione penale alle disposizioni adottate dall’Unione europea.

Codice Antimafia o Codice delle misure di prevenzione?

Dalla lettura delle decreto legislativo emerge chiaramente che si tratta, più che di un codice Antimafia di un codice delle misure di prevenzione antimafia. Ci si potrebbe basare già su un dato numerico evidente. Solo i primi dieci articoli trattano del reato di associazione mafiosa, i restanti novanta delle misure di prevenzione personali e patrimoniali e della fase del riutilizzo sociale dei beni confiscati. Con evidenti errori ed omissioni. A rilevarlo è Francesco Menditto, giudice della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli, che sottolinea subito, per fare un esempio, come il progetto di codice abbia annullato la distinzione tra pericolosità semplice, che prevede l’applicazione delle misure di prevenzione personali a coloro che sono pericolosi per la società e la pubblica moralità, e pericolosità qualificata che prevede invece l’applicazione delle misure di prevenzione a coloro che sono indiziati di appartenere ad associazioni mafiose. Questa era una distinzione fondamentale, specialmente nella valutazione del gradi di pericolosità dei soggetti destinatari delle misure. Distinzione che non ha senso eliminare, a meno che non si ritenga di porre tutte le valutazioni su un piano di eccezionale gravità, quindi sempre con connotati di carattere mafioso, oppure dare un segnale assolutamente contrario. Cioè porre tutte le valutazioni su un piano assolutamente lieve tentando di omogeneizzare la pericolosità, sminuendo quella di carattere mafioso. Ma c’è dell’altro. Nella delega, per fare un nuovo esempio, non ci sono norme di coordinamento delle attività investigative tra Questore, Direttore della Direzione Investigativa Antimafia, Procuratore della Repubblica. Tutto questo influisce, per usare un eufemismo, negativamente sulla possibilità di fare davvero la lotta alla mafia.

Ritorna il pericolo della vendita dei beni (e quello della “prescrizione breve”)

 Ebbene si. Il grande inganno di questo codice antimafia è la vendita dei beni confiscati. Dopo il tentativo del Governo, di inserire nella finanziaria del 2009 un emendamento che mise in serio pericolo il riutilizzo sociale dei beni confiscati, poi ritirato, oggi ritorna. Cosi, la vendita dei beni sottratti alle mafie,  che usci dalla finestra nel 2009, rientra oggi dalla porta. Sotto forma di Codice Antimafia. Alcune norme infatti, se fossero licenziate dal Parlamento cosi come scritte, consentirebbero molto più facilmente la vendita sia di beni immobili che di aziende eludendo, ancora una volta, l’obbligo della finalità sociale dei  beni sottratti alla criminalità, sancito dalla legge 109 del 1996. Inoltre si prevede una garanzia assoluta dei creditori di buona fede che nell’oltre 90 per cento dei casi sono rappresentati dalle banche. Quegli stessi istituti di credito che gravano i beni confiscati di ipoteche, impedendo ad associazioni di riutilizzare per fini sociali l’immobile. O magari quelle stesse banche che hanno concesso mutui per centinaia di migliaia di euro ai vari boss delle mafie, senza alcuna garanzia, e che poi all’atto della confisca di aziende, quando finalmente a gestire quel bene imprenditoriale è lo stato, sottraggono il loro sostegno economico portandole al fallimento. Insomma ci vuole coraggio a chiamarle creditori di buona fede. Ritorna inoltre la minaccia di una prescrizione breve. Identica nella struttura ma questa volta applicata al procedimento di prevenzione patrimoniale. Per cui o si confisca il tutto nel massimo di due anni oppure il procedimento è cancellato. Ancora una volta non si tiene ( o non si vuole tenere) conto dell’esperienza degli operatori di diritto. E già perché prima che il tribunale possa confiscare (senza dimenticare il grado di appello e la possibilità di ricorre in Cassazione) deve realizzare le indagini patrimoniali per verificare se, i beni in oggetto, siano stati realmente acquistati con finanziamenti illeciti o provenienti da attività illecite. Un lavoro sicuramente certosino e che può portare via anche cinque anni per vagliare ingenti patrimoni mafiosi che si estendono in beni immobili, aziende e quote societarie. Se poi si tiene conto che il codice, come già detto, non pone norme di coordinamento per quanto concerne l’azione di prevenzione e le indagini patrimoniali, è facile comprendere il risultato di questo guazzabuglio chiamato codice.

Antimafia, imprenditoria e altre occasioni mancate

Dal mondo dell’imprenditoria sana si innalza, chiaramente, un monito. Se è vero che oggi il fenomeno mafioso è tale specialmente grazie alla capacità di farsi impresa, ci si deve domandare se deve essere ritenuto più pericoloso un mafioso che impugna una pistola oppure non sia più pericoloso, per la società, un imprenditore mafioso. Cioè un mafioso che impugna gli strumenti dell’economia e che è in grado di reperire risorse umane ed economiche. Ecco perché, da questo punto di vista, il cosiddetto Codice Antimafia è un occasione mancata. Perché accanto al sistema repressivo e preventivo di natura penale era necessario anche prevedere una regolamentazione antimafia del sistema bancario. Questioni come, accesso al credito o esigenze di vigilanza sugli affari sporchi di certe imprese, non sono assolutamente contemplati. Lasciando quindi scoperto un nervo cruciale nella lotta al fenomeno mafioso. il legame con il mondo degli affari. Ma non è certo l’unico tasto dolente di cui il legislatore delegato si è scordato. Si sarebbe potuto finalmente, lo rileva Vittorio Teresi, procuratore aggiunto di Palermo, mettere mano al tanto discusso reato di concorso esterno in associazione mafiosa o finalmente definire il reato delle ecomafie. Tutti punti importantissimi che avrebbero incrementato il potere dello Stato nella lotta alla mafia. Insomma un codice antimafia spauracchio? Di certo il “Centro Studi Pio La Torre”, chiederà di essere ascoltato dalla Commissione Giustizia della Camera entro il prossimo 15 agosto, per portare alla luce ombre, criticità e “dimenticanze”.

pubblicato su www.liniziativa.nethttp://www.liniziativa.net//news/id_news=830&Codice+Antimafia,+il+nuovo+spot+del+Governo&path=21 )

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