Arresti di camorra, osceno ritratto dei clan

di aldocimmino

Baci e sberleffi: a San Giovanni a Teduccio è andata in scena la sottocultura malavitosa

La solita e preoccupante sceneggiata camorristica. Gli arresti di qualche giorno fa, che hanno decapitato il clan camorristico dei D’Amico, hanno assicurato alla giustizia 24 persone, tra cui il boss Salvatore D’Amico, tra baci camorristici e oscenità. I Carabinieri del Nucleo investigativo di Napoli, effettuando gli arresti, nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, hanno assistito ad una serie di gesti eclatanti che ancora una volta sottolineano l’elevato grado di subcultura di cui la camorra è promotrice. Eclatante e simbolico il bacio che si  sono scambiati padre e figlio. Il boss esce di casa e va incontro al figlio. Lo bacia sulla bocca. Il figlio accoglie il gesto come se fosse naturale. Rituale. Potrebbe trattarsi di un gesto che vuole esternare appartenenza o magari si tratta di un passaggio di consegna con il quale il boss ha designato il suo successore, una sorta di investitura pubblica.

In ogni caso le immagini riprese, dai reporter presenti al momento dell’arresto, sono drammatiche e cariche di folclore. Folcloristiche perché richiamano alla mente quella struttura tipica dei “Quartieri-stato” che, cosi bene Gigi Di Fiore ha illustrato in una sua nota opera, “La Camorra, storie e documenti”. Ogni quartiere è uno stato a se stante. Ogni quartiere è il regno di qualche re che ha deciso auto-incoronarsi con una corona sporca di sangue che necessariamente è stato versato a causa dello spaccio di cocaina o dei soldi delle estorsioni.  Di fatto le ordinanze di custodia cautelare, che sono state eseguite dai carabinieri a danno degli esponenti del clan D’Amico, erano tutte fondate su accuse che vanno dall’associazione di stampo mafioso, allo spaccio di droga, all’estorsione aggravata.

Ma l’arresto, certamente, non ha rappresentato la fine di quella organizzazione che spadroneggia sul quartiere(stato). La continuità è stata garantita da quel bacio che in ogni caso esprime l’esistenza di un legame fortissimo e che tiene soggiogato l’intero territorio interessato. Qual bacio è l’espressione del legame familiare che già nel 1991, per non andare troppo indietro nel tempo, ha contraddistinto la leadership di Lovigino Giuliano, boss del quartiere-stato di Forcella. Proprio quel legame di sangue, diede la forza al clan Giuliano di esercitare la necessaria pressione sul territorio imponendo i sui affari illeciti e creando, nei cittadini di quello “staterello”, un tale bisogno della presenza dei clan tanto da realizzare quelle condizioni per le quali, la civiltà mafiosa, cresce e si sviluppa nutrendosi dell’ignoranza e della decadenza ideologica dei soggiogati. Ecco l’aspetto drammatico che affianca il folclore. È drammatico pensare che i clan hanno compreso l’importanza di non delegare mai, ma anzi di recuperare e coltivare il contatto diretto con i proprio “concittadini” intercettando, in special modo, quelle fasce della popolazione più facilmente impressionabili. Coloro che più facilmente si lasciano affascinare da una logica che promette ricchezza e potere.

Promesse non mantenute, sia ben chiaro, perché alla maggior parte di quelli che entrano a far parte dei clan gli costa solo la vita. Ma intanto questo modo di tessere i rapporti sociali, questo folclore, che in modo cosi eclatante viene sbattuto in faccia a quanti vivono quei territori, produce una melma culturale che si insinua in tutte le pieghe della società. Attecchisce, illude, confonde. Una sottostrato culturale che determina un sovvertimento dell’ordine statale. Cioè che è antistato diventa sistema da difendere a qualunque costo. E allora ecco spiegati quei gesti osceni di cui la madre del boss D’Amico si è resa autrice, mostrando la sua biancheria intima ai reporter e agli uomini delle forze dell’ordine che erano li presenti.

Gesti sfrontati che mostrano tutta la inadeguatezza di cittadini quando vengono immersi in un contesto socio-culturale fondato sulla giustizia e sul rispetto delle regole. Ma non solo l’anziana signora, anche i bambini di quei piccoli regni sono stati aizzati contro le forze dell’ordine. Gesti che dimostrano la perdita dell’innocenza di giovanissimi completamente inseriti nell’ambito delle organizzazioni criminali. Se allora i clan non hanno mai delegano, lo Stato lo ha sempre fatto, creando un’immensa questione meridionale che da tempo coinvolge anche il ricco nord.

Se le organizzazioni criminali danno indirizzi ideologici vuol dire che lo Stato ha rinunciato alla sua fondamentale funzione di precettore della società. Ha rinunciato a combattere quella lotta che Paolo Borsellino identificava non solo nella repressione ma soprattutto in un “movimento culturale che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni”, specialmente quei ragazzini, che durante un arresto in un quartiere della città, si denudano per offendere quello stesso stato di cui loro fanno parte. Non si vince la mafia se non con la cultura e l’istruzione. Spezzando il legame che, dal punto di vista sociale, si salda tra l’antistato e determinate fasce della popolazione. Lasciando asettico il territorio, improduttivo di quelle condizioni che permettono il proliferare della civiltà mafiosa.

pubblicato su www.liniziativa.net ( http://www.liniziativa.net//news/?id_news=754&path=13&Arresti+di+camorra,+osceno+ritratto+dei+clan )

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