Nel giorno di Falcone, la memoria urla giustizia

di aldocimmino

A distanza di diciotto anni dalla strage di Capaci, la società civile continua a ricordare e a chiedere la verità.

“Fratelli d’Italia, l’Italia se desta. Fratelli d’Italia stringiamoci a coorte”. Ma dov’erano i fratelli d’Italia, quando gli altri fratelli d’Italia combattevano la guerra per la democrazia e la verità? la combattevano sulle strade e nei palazzi istituzionali. Nelle stanze del potere e nei nascondigli la combattevano. Dentro di loro e attorno a loro la combattevano. E dov’erano i fratelli d’Italia quando altri sventravano le strade e i palazzi? E dove, quando quel terribile sabato alle ore 17.59 sventravano la nostra democrazia ed il nostro Paese? Una cosa è certa, le “menti raffinatissime” che Falcone intuì operare a suo danno, dopo il fallito attentato all’Addaura il 21 giugno 1989, restano ancora impunite.

In questi anni, da quando si sono riaperte le indagini sulle stragi del 1992, molti sono stati i nomi sui quali la magistratura ha dovuto indagare, e in qualche occasione ha tentato anche di processare. Prima Brusca, l’uomo che azionò il congegno che fece saltare in aria le auto di Falcone e della sua scorta, riferì che Nicola Mancino, che nel ’92 era ministro dell’Interno e attualmente vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, avrebbe coperto, per primo, la trattativa tra la mafia e lo stato per mezzo di Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo. Poi le implicazioni del colonnello Mori e del capitano De Donno.

Ancora le dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza, che tira in ballo il senatore Dell’Utri, già condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e attualmente sotto processo d’appello, per il quale il sostituto procuratore Nino Gatto aveva chiesto una condanna a 11 anni sempre per concorso esterno. Sempre Spatuzza riferisce che Graviano, boss di Brancaccio, gli aveva fatto i nomi di Dell’Utri e Berlusconi, rispettivamente senatore della Repubblica appartenente al gruppo de “Il Popolo delle Libertà” e l’attuale presidente del Consiglio dei Ministri appartenente alla stessa fazione politica. “Ci siamo messi il paese nelle mani”, cosi commentavano, negli ambienti mafiosi, il presunto legame con parti dello Stato che gli avrebbero garantito lunga vita e impunità.

Oggi le inchieste ci dicono che a fare il loro anche pezzi deviati dei servizi segreti. Un ruolo attivo dunque, di alcuni 007 italiani che avrebbero preso parte ai preparativi dei progetti per eliminare Falcone e Borsellino. È sempre Gaspare Spatuzza a riferire che durante gli atti di preparazione che precedettero la strage di Via D’Amelio, vi era anche un uomo di cui non conosceva l’identità. Ora quell’uomo, Spatuzza l’ha riconosciuto in album di foto mostrato dai magistrati e si tratterebbe dunque proprio di un agente segreto che aveva, in quegli anni, incarichi operativi proprio in Sicilia. In questo scenario cosi complesso, in questo intreccio di date e nomi e di luoghi, oltre che di commistioni tra gli ambienti mafiosi e quelli istituzionali e della politica, certa parte del Paese dimostra di non voler fare sul serio. Certa politica dimostra di volersi riempire la bocca con i nomi di Falcone e Borsellino.

“I professionisti dell’antimafia”, li definì Sciascia e aveva ragione ma sbagliò persone. La sua accusa fu lungimirante perché oggi moltissimi sono quelli che dichiarano di lottare ma nella sostanza restano solo dichiarazioni. Perché oggi, a distanza di 18 anni siamo ancora in cerca di quelle verità terribili che non permettono di definire l’Italia, un paese civile. La magistratura sta facendo passi avanti con terribili difficoltà. Tra offese che le sono rivolte e progetti di legge che mirano, nella sostanza, a compromettere e a impedire le loro attività d’indagini. Da soli non possono farcela. Perché come disse un magistrato dell’antimafia “ se c’è un paese che dimostra di volere la verità, anche sulle stragi e sui fatti più oscuri della storia della nostra Repubblica, allora questa verità viene fuori. Se lasciamo vincere la parte d’Italia rassegnata e convivente allora non ci sono magistrati che tengano”.

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