Presentato a Napoli il nuovo libro di Antonio Ingroia

di aldocimmino

il procuratore aggiunto di Palermo fa chiarezza

Sala Istituto Italiano per gli Studi FilosoficiQuando le “bufale” della politica causano “travasi di bile” il magistrato sente l’esigenza di scrivere. A farlo, questa volta, è Antonio Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo e autore del libro “C’era una volta l’intercettazione”  presentato lo scorso mercoledi a Napoli presso L’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. «Ho scritto questo libro ― dichiara Ingroia ― specialmente per informare su un tema di attualità che è cruciale». La riforma sulle intercettazioni, che lo stesso autore del libro non esita a definire controriforma, pone una reale questione d’emergenza che non è quella su cui l’attuale maggioranza di governo basa la sua proposta, cioè l’esigenza di tutelare la privacy degli italiani.

«Si tratta invece di privare i pubblici ministeri della loro cassetta dei ferri» dice Raffaele Marino, procuratore aggiunto di Torre Annunziata. Il disegno di legge sulle intercettazioni infatti, se venisse approvato cosi come è arrivato alla Commissione Giustizia del Senato, avrebbe come conseguenza quella di riportare i pubblici ministeri allo svolgimento delle “indagini tradizionali” senza un fondamentale  strumento che per anni ha garantito importantissimi successi giudiziari. Sarebbero quindi colpiti i pm che non potranno svolgere più il loro lavoro ai quali la Costituzione “obbliga l’esercizio dell’azione penale” e quindi li obbliga, in relazione alla commissione di reati, a svolgere indagini.

 In altre parole l’Italia si sta avviando ad un  periodo di disarmo nella guerra alla criminalità e alla corruzione.  Quella della lotta alla mafia infatti è un ennesima “bufala”. Non sono pochi gli esponenti del governo di centro destra che, in più occasioni, hanno assicurato l’estraneità del nuovo provvedimento alle indagini relative alla criminalità organizzata. Ingroia, come molti altri magistrati hanno dimostrato, smentisce questa falsa verità e aggiunge che in effetti nel testo legislativo c’è questa distinzione;

le intercettazioni saranno autorizzate per quelle indagini su reati etichettati di mafiosità ma che inevitabilmente riguarderanno,  ed è l’esperienza a parlare, sempre le solite persone. Quello che gli esponenti di governo sembrano dimenticare, a parere della magistratura inquirente che certo di indagini ne sa qualcosa, è che in moltissimi casi l’intercettazione viene autorizzata per reati minori e soltanto successivamente, grazie all’ascolto delle conversazioni, si risale alla matrice mafiosa.

Insomma quello che sembra garantire questa legge è che gli angoli buoi del nostro paese restino tali e se possibile ancora più oscuri per non scorgere le identità dei numerosi amministratori insospettabili, difesi a spada tratta dalla “teoria del berlusconismo” che taccia di toghe rosse, comunisti e stravaganti i magistrati che fanno il loro lavoro.

pubblicato su www.liniziativa.net

Bookmark and Share