19 luglio 1992, la memoria di Paolo Borsellino assassinato dagli intrecci stato-mafia

di aldocimmino

Paolo BorsellinoQuel 19 luglio di diciasette anni fà la mafia mostrava la sua spavalderia. Paolo Borsellino, procuratore aggiunto a Palermo, veniva ucciso con un’autobomba piazzata sotto casa della madre, in via D’Amelio. 100 kg di tritolo e pochi secondi per distruggere uomini e donne che difendevano la democrazia e la giustizia. Borsellino e la sua scorta furono spazzati via dal tempo e dallo spazio. Di loro non rimaneva null’altro che fiamme e fumo. Non ricordo esattamente cosa accadde quando avevo solo 8 anni. Non ricordo cosa facevo quando i telegiornali annunciavano la strage in via D’Amelio. Forse, perchè bambino, giocavo, ignaro di tutto, forse non sapevo neanche che cosa era la mafia e che mondo esistesse al di la della mia stanza. Ma ricordo molto bene quando cominciai ad interessarmi alle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I magistrati antimafia per antonomasia. Provavo rabbia mista a malinconia. Cominciavo a conoscere quei due uomini dalle testimonianze dei familiari, dagli amici e colleghi che avevano con loro condiviso le scelte ed il coraggio. 

Cominciavo a sentirli più vicini che mai. Non erano solo due magistrti qualunque; erano Paolo e Giovanni, erano i magistrati amici che lottavano anche per me, come cittadino italiano. Siamo stati tutti privati delle incarnazioni del senso dello Stato. Ricordo che volevo saperne sempre di più; perchè erano morti? chi li aveva uccisi? Le prime risposte che riuscì a darmi erano che la mafia aveva deciso di eliminare Falcone e Borsellino perchè con il loro lavoro avevano impedito che questi “uomini d’onore” continuassero nelle loro illecite attività. Ma continuanado ad approfondire le vicende ancora oggi non credo che sia possibile dare una risposta precisa. Ancora oggi dobbiamo chiedere con insistenza e coraggio che emerga la verità dei fatti sulle stragi palermitane del ’92. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, in una recente intervista ha riassunto in pochi minuti quale fosse lo scenario che faceva da sfondo alla strage di Via D’Amelio; la nota questione del provvedimento che impedisse il parcheggio alle altre auto in Via D’Amelio, per evitare ciò che poi di fatto è accaduto. Un provvedimento di sgombero di quella strada ignorato, a quanto pare sia dal prefetto Iovine che dal procuratore capo di allora Pietro Giammanco. Non solo, la centralina telefonica di Via D’Amelio era stata sabotata per potere intercettare le telefonate che arrivavano e partivano dalla casa della madre del giudice Borsellino. Gli spostamenti di Paolo Borsellino, quel giorno, erano comunicati in tempo reale. Stranamente poi il portone del civico 19 di Via D’Amelio, cioè dove abitava la madre di Borsellino, era ben visibile dal Castello Utveggio, vecchio edificio  in cui  c’era  una sede del Cerisde ma che le sue utenze telefoniche corrispondevano ai servizi segreti civili che in quella struttura aveva proprio installate delle apparecchiature per intercettazioni telefoniche. Salvatore Borsellino spiega inoltre che quel controllo visivo, senza rischiare di essere coinvolto nell’esplosione, era possibile solo dal castello Utveggio. Sulla questione Contrada, Salvatore Borsellino ci dice come alle ore 17.00 del 19 luglio ’92 si trovasse su una barca ormeggiata nel golfo di Palermo. La scansione temporale di alcuni eventi fa pensare: dopo pochi secondi dalla strage Contrada viene a conoscenza di un attentato a Palermo; le auto della polizia arrivano sul posto dopo 7 minuti; Salvatore Borsellino potè essere sicuro della morte del fratello solo dopo 5 ore dall’attentato. Dopo 17 anni ancora tutte queste domande e altre, come il mistero dell’agenda rossa del giudice, non trovano risposte che possano farci affermare che è stata resa giustizia. Dopo 17 anni come cittadino italiano chiedo che quelle risposte di giustizia vengano rese. Il lavoro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, come disse lo stesso Borsellino dopo la morte di Falcone, «stava svegliando le coscienze». Dopo 17 anni è ora che si sveglino anche le nostre.