Omicidio Siani, ancora molti gli interrogativi

di aldocimmino

giancarlo siani1Quelle sugli “omicidi eccellenti” sono verità scomode, ecco perché le sentenze, e spesso i film prodotti, che le attestano non possono dirsi sempre convincenti ed esaustivi. Indifferenza, collusione, corruzione o errore: quello che è certo è che attorno all’uccisione del giovane giornalista del Mattino, Giancarlo Siani, ci sono ancora tante zone d’ombra. La sera del 23 settembre 1985 un commando della camorra uccide il cronista partenopeo sparandolo alle spalle. Con un articolo, quello che lo avrebbe condannato a morte, aveva disonorato il clan dei Nuvoletta attribuendogli la responsabilità dell’arresto di un alleato: il boss di Torre Annunziata, Valentino Gionta. In effetti Siani non scriveva per la prima volta di camorra e dei “valentini”; ma dopo la strage del 26 giugno 1984, soprannominata di S. Alessandro, quando un gruppo di killer tentò di uccidere il boss Gionta, si dedicò ad un dossier che si sarebbe dovuto intitolare “Torre Annunziata: un anno dopo la strage”. Lo attesta una lettera dello stesso Siani inviata ad una sua amica Chiara Grattoni. In quella stessa lettera informa l’amica che riuscirà a pubblicare “notizie che nessuno ha mai pubblicato” e che verranno clamorosamente sminuite da Antonio Irlando, altro giornalista che lavorava a questo progetto con Siani. Irlando dichiarò, durante un’audizione a sommarie informazioni testimoniali, che si trattava di un “volumetto su Torre Annunziata dal carattere riabilitativo”. Dopo l’assassinio di Siani questi documenti sono scomparsi.

Attribuire la causa della sua morte solo ad uno scritto che parla di mafiosi “infami”, quindi, è una verità, pur se accertata processualmente, che potrebbe non reggere, anche di fronte a quanto ebbe a sostenere Salvatore Migliorino pentito del clan Gionta “Siani è stato ucciso perché indagava sulla Ricostruzione, all’epoca era in cantiere il recupero del Quadrilatero delle carceri” (il rione del boss ndr.); il collaboratore, che fu interrogato dalla commissione parlamentare antimafia, dichiarò, all’allora presidente Violante, che Siani aveva scoperto i progetti criminali della camorra, infiltrata nella ricostruzione dopo il terremoto che, nel 1980, sconvolse l’Irpinia. Grazie a Migliorino il sostituto procuratore Armando D’Alterio riapre, nel 1993, il caso Siani e nel corso del processo di primo grado, celebrato nel novembre 1996, il pubblico ministero D’Alterio interroga l’imputato Ferdinando Cataldo, che riferisce di una circostanza che ancora oggi non è stata pienamente acclarata.

 Cataldo spiega che durante il summit di camorra, per decretare la morte di Siani, al quale erano presenti tra gli altri Angelo e Lorenzo Nuvoletta, si discusse di come far riconoscere il giornalista ai killer Ciro Cappuccio e Armando Del Core. L’imputato riferisce ancora che Salvatore Annunziata, imprenditore esponente di Cosa Nostra in Campania, organizzò la spedizione dei due killer in via Chiatamone a Napoli, sede del Mattino, per incontrare Siani e per farlo riconoscere. Cataldo racconta ancora che Annunziata incontrò Siani, accompagnato da un altro giornalista, e lo baciò. Su questa vicenda Bruno Rinaldi, capo della squadra mobile della questura di Napoli, affermò che “Siani prima di essere individuato dalla camorra era stato da tempo isolato”; il giornalista Enzo La Penna dichiarò che l’episodio raccontato da Cataldo era credibile anche perché, a suo giudizio, non c’era motivo di inventare “un episodio che non rappresenta un passaggio determinante né nell’economia del processo ne nel quadro complessivo della deposizione”.

Ma come faceva a sapere, Salvatore Annunziata, che Giancarlo Siani quella mattina era al giornale e chi era il giornalista che lo accompagnava? Sono alcune delle domande che, nell’aula di Tribunale e fuori, nessuno sentì l’esigenza di porre, ma che di certo allontanano molto dall’idea di aver fatto definitivamente luce sul caso Siani, perchè non è stata ancora ben definita quella che sarebbe “l’area grigia” di collusioni e compromessi che sicuramente favorì l’isolamento del coraggioso giornalista, rendendolo solo di fronte alla violenza dei clan.

Il caso Siani è stato da ultimo raccontato dal film “Fortapasc”, di cui è stato chiesto il sequestro perché diffonderebbe “un´immagine distorta e fortemente diffamatoria” di Mino Jouakim, all´epoca dei fatti diretto superiore di Siani. Marco Risi ribatte alle accuse dichiarando “di non aver voluto offendere nessuno”, ma spiega che “il cinema ha bisogno di inventare, drammatizzare, creare contrasti tra i personaggi.” Un motivo in più per diffidare, su un fatto come l’omicidio Siani, da presunte “ricostruzioni ufficiali”.

pubblicato sul numero 22 de “L’Iniziativa” visita il sito  www.liniziativa.net