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Storia e formazione politico-culturale dell`uomo che diede il contributo più grande alla legislazione antimafia

«Vigliacchi, vigliacchi!» Solo questo riuscì ad urlare un istante prima che il suo corpo fosse crivellato di colpi. Pio La Torre muore cosi, a Palermo, sotto il piombo mafioso il 30 Aprile 1982 insieme all’amico e collega di partito Rosario Di Salvo.

La scena, quella mattina, all’arrivo degli inquirenti, è straziante. La Torre è stato ammazzato e i colpi di arma da fuoco che hanno attraversato il suo corpo hanno restituito l’immagine di un uomo che ha sempre resistito. La posizione delle gambe, che fuoriuscivano dal finestrino dell’auto nella quale viaggiava, ha fatto intuire, ai primi tra forze dell’ordine e giornalisti che accorsero sul luogo dell’omicidio, che Pio La Torre, al momento dell’agguato, avesse reagito. Quella di La Torre, infatti, è proprio la storia di un uomo che seppe sempre reagire in grado di avanzare sul fronte della lotta alle ingiustizie e quello del contrasto alla mafia.

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“Che rabbia!” Sono giorni che continuo ad esclamare questa frase. L’ultima volta è stata questa mattina dopo aver letto l’articolo intervista a Claudio Santamaria, sul “Venerdì” di “Repubblica” di questa settimana.

L’attore parla di Genova e di quel 20 luglio 2001 quando la democrazia del nostro Paese, ancora una volta, andò in frantumi. Santamaria parla del film “Diaz” che tratta dei fatti di Genova durante i tre giorni in cui si svolse il G8 e nel quale interpreta Max Flamini, il vicequestore aggiunto del Primo reparto Mobile di Roma che comandava l’VII Nucleo. Quello che assaltò la scuola Diaz.

Prove occultate, indagini sviate, silenzi che coprirono le responsabilità del potere; di quanti, in occasione dell’incontro dei “grandi della terra”, sospesero la democrazia e i diritti fondamentali degli individui.

Forse non è ancora detta l’ultima parola. Forse è possibile credere che verranno evidenziate e sanzionate delle precise responsabilità.

Alla Cassazione, tra qualche mese toccherà dire l’ultima parola. Sta di fatto che quella vicenda è un fatto storico che ha un peso specifico. Quello dell’uso indiscriminato di un potere, molte volte occulto, che ha in se il dato della democrazia come solo dato possibile. Come solo potenzialmente attuabile.

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La società civile in corteo nella XVII giornata nazionale di Libera. Don Ciotti, “il vero problema è la zona grigia del Paese”

Oltre centomila persone ieri alla “Porta d’Europa”. Associazioni, scuole, istituzioni e cittadini hanno marciato per le vie di Genova nella “XVII Giornata nazionale della memoria e dell’Impegno” ogni anno promossa da Libera e Avviso Pubblico.

Un lungo corteo che da piazza della Vittoria ha raggiunto dopo circa due chilometri piazza Caricamento, dove dal palco si sono alternate le testimonianze dei familiari delle vittime innocenti della criminalità organizzata. Circa novecento nomi. Cinquecento i familiari presenti che ogni anno, da quando Libera è nata, accompagnano costantemente la società civile in un percorso di verità e giustizia.

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Ammazzato 26 anni fa dalla camorra. Resta il racconto di quegli anni, l`impegno cvile, la passione professionale.

26 anni. Un giovane come tanti. Ucciso a colpi di pistola in faccia. Di quale colpa si era macchiato per essere sparato in volto a soli 26 anni? “Non si era fatto i fatti suoi” cosi avrebbero risposto i suoi killer. Uomini spietati che non guardano in faccia ne all’età ne alla passione professionale. E si perché Giancarlo era un giornalista, molto giovane e anche molto bravo. Di quelli appassionati che amavano il proprio mestiere. Ma a quei killer, quella sera del 23 settembre 1985, non interessava nulla. Avevano un compito preciso. Quello di farlo fuori. E lo fecero fuori. Cosi, velocemente. Come si spara ad un ragazzo di 26 anni. Semplicemente togliendosi il problema di torno. Perché, per la camorra, questo era Giancarlo. Un problema da eliminare, semplicemente. E oggi, a distanza di 26 anni da quell’omicidio, continuiamo a paralare di lui. Continuiamo a paralare di Giancarlo e del suo modo di fare giornalismo. Se quello era il tentativo della camorra, cioè di far dimenticare, il modo, la costanza e la passione con cui lavorava, scriveva e raccontava, possiamo dire che la camorra ha fallito. Certo Giancarlo Siani è stato ammazzato, il suo dossier, per fare un esempio, sulla ricostruzione post terremoto degli anni ’80, che contemplava certamente vicende di collusioni politico-mafiose, storie di corruzioni e malaffare, non ha mai visto la carta stampata.

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Paolo BorsellinoQuel 19 luglio di diciasette anni fà la mafia mostrava la sua spavalderia. Paolo Borsellino, procuratore aggiunto a Palermo, veniva ucciso con un’autobomba piazzata sotto casa della madre, in via D’Amelio. 100 kg di tritolo e pochi secondi per distruggere uomini e donne che difendevano la democrazia e la giustizia. Borsellino e la sua scorta furono spazzati via dal tempo e dallo spazio. Di loro non rimaneva null’altro che fiamme e fumo. Non ricordo esattamente cosa accadde quando avevo solo 8 anni. Non ricordo cosa facevo quando i telegiornali annunciavano la strage in via D’Amelio. Forse, perchè bambino, giocavo, ignaro di tutto, forse non sapevo neanche che cosa era la mafia e che mondo esistesse al di la della mia stanza. Ma ricordo molto bene quando cominciai ad interessarmi alle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I magistrati antimafia per antonomasia. Provavo rabbia mista a malinconia. Cominciavo a conoscere quei due uomini dalle testimonianze dei familiari, dagli amici e colleghi che avevano con loro condiviso le scelte ed il coraggio. 

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giancarlo siani1Quelle sugli “omicidi eccellenti” sono verità scomode, ecco perché le sentenze, e spesso i film prodotti, che le attestano non possono dirsi sempre convincenti ed esaustivi. Indifferenza, collusione, corruzione o errore: quello che è certo è che attorno all’uccisione del giovane giornalista del Mattino, Giancarlo Siani, ci sono ancora tante zone d’ombra. La sera del 23 settembre 1985 un commando della camorra uccide il cronista partenopeo sparandolo alle spalle. Con un articolo, quello che lo avrebbe condannato a morte, aveva disonorato il clan dei Nuvoletta attribuendogli la responsabilità dell’arresto di un alleato: il boss di Torre Annunziata, Valentino Gionta. In effetti Siani non scriveva per la prima volta di camorra e dei “valentini”; ma dopo la strage del 26 giugno 1984, soprannominata di S. Alessandro, quando un gruppo di killer tentò di uccidere il boss Gionta, si dedicò ad un dossier che si sarebbe dovuto intitolare “Torre Annunziata: un anno dopo la strage”. Lo attesta una lettera dello stesso Siani inviata ad una sua amica Chiara Grattoni. In quella stessa lettera informa l’amica che riuscirà a pubblicare “notizie che nessuno ha mai pubblicato” e che verranno clamorosamente sminuite da Antonio Irlando, altro giornalista che lavorava a questo progetto con Siani. Irlando dichiarò, durante un’audizione a sommarie informazioni testimoniali, che si trattava di un “volumetto su Torre Annunziata dal carattere riabilitativo”. Dopo l’assassinio di Siani questi documenti sono scomparsi.

Attribuire la causa della sua morte solo ad uno scritto che parla di mafiosi “infami”, quindi, è una verità, pur se accertata processualmente, che potrebbe non reggere, anche di fronte a quanto ebbe a sostenere Salvatore Migliorino pentito del clan Gionta “Siani è stato ucciso perché indagava sulla Ricostruzione, all’epoca era in cantiere il recupero del Quadrilatero delle carceri” (il rione del boss ndr.); il collaboratore, che fu interrogato dalla commissione parlamentare antimafia, dichiarò, all’allora presidente Violante, che Siani aveva scoperto i progetti criminali della camorra, infiltrata nella ricostruzione dopo il terremoto che, nel 1980, sconvolse l’Irpinia. Grazie a Migliorino il sostituto procuratore Armando D’Alterio riapre, nel 1993, il caso Siani e nel corso del processo di primo grado, celebrato nel novembre 1996, il pubblico ministero D’Alterio interroga l’imputato Ferdinando Cataldo, che riferisce di una circostanza che ancora oggi non è stata pienamente acclarata.

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A pochi giorni dalle elezioni amministrative che si terranno il prossimo 6 e 7 maggio, sale l'allerta della prefettura ed aumentano i controlli delle forze dell'ordine. Ancora una volta è compromesso il normale svolgimento delle funzioni democratiche e seriamente compromessi i diritti di tutti i cittadini di esprimere le loro preferenze senza condizionamenti e costrizioni. Minacce, intimidazioni, liste cancellate e nomi non candidabili sono il risultato di questa prima fase di controllo e monitoraggio.
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