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Dopo 29 anni dalla legge Rognoni – La Torre, c’è il tentativo di accantonarla
Il codice antimafia non è un codice. Affrettato, pieno di errori e contraddizioni tra le norme, finanche ad essere dannoso per la lotta istituzionale, e non solo, alle mafie. Cosi, in sintesi, la pensano i magistrati, gli esperti di diritto ed esponenti della società civile e delle associazioni antimafia, nonché alcuni rappresentanti, tra quelli che hanno maggior buon senso, delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato. Il testo proposto dal Governo, su delega del Parlamento, è sostanzialmente insufficiente. A rilevarlo sono gli esperti che si sono incontrati a Palazzo Marini, a Roma, per discutere dell’esigenza che il Governo, da questo punto di vista, cambi rotta. Se non vuole produrre danni al già complesso compito del contrasto alla criminalità mafiosa. Insomma se non abbia deciso di mettere i bastoni tra le ruote a quanti, tra magistrati e forze dell’ordine, portano avanti il loro impegno antimafia. Si perché il complesso schema di decreto legislativo, che dovrebbe essere emanato il prossimo 7 settembre 2011, pena la impossibilità per il Governo di legiferare sull’oggetto della delega oltre il termine imposto dal Parlamento, comporta seri problemi di coordinamento delle norme oltre che di coordinamento delle attività dei soggetti preposti alle indagini antimafia e patrimoniali. Riduce al minimo la normativa antimafia, ma quel che è peggio sembra accantonare la legge Rognoni – La Torre. Di questa ne copia solo l’articolo uno che introduce nel codice penale l’importantissimo articolo 416-bis, cioè il reato di associazione di stampo mafioso.
Presentato a Napoli il nuovo libro di Francesco Forgione.
Che l’Italia esporta la mafia è un dato di fatto. Ma che le istituzioni preposte al contrasto non avessero un quadro chiaro dei traffici e del peso delle implicazioni politico-mafiose all’estero, lascia davvero sgomenti.
A rilevarlo sono le pagine del nuovo libro di Francesco Forgione, già presidente della Commissione Parlamentare Antimafia dal novembre 2006 allo scioglimento anticipato delle Camere nel febbraio 2008.
Il nuovo lavoro di Forgione, che è stato presentato a Napoli in due eventi, presso la Sala della Loggia al Maschio Angioino e presso la Facoltà di Giurisprudenza, rappresenta quello che sarebbe dovuto essere il risultato del lavoro della Commissione Antimafia o magari una relazione della Direzione Nazionale Antimafia.
Una trattazione chiara, dunque, su cosa vuol dire il cosiddetto “made in Italy” mafioso, che inevitabilmente traccia una linea discontinua, almeno dal punto di vista delle strategie politiche economiche e finanziarie del contrasto.
È lampante il problema del riciclaggio di danaro “sporco”, un nodo centrale dell’antimafia giudiziaria, che stenta ad essere risolto anche grazie ad atteggiamenti politico-imprenditoriali, quantomeno ambigui. In questo senso, non agevola la lotta antimafia, per esempio, una legge come quella dello “scudo fiscale” che permette il rientro di capitali dall’estero e che garantisce l’anonimato di chi li fa rientrare.
la legge 109/96 tradita nello spirito, aperto uno spiraglio enorme anche per effetti che saranno visibili in futuro

Francesco Menditto, giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, era presente all’incontro organizzato da Libera Campania, giovedi 26 novembre, per illustrare le iniziative messe in campo contro l’emendamento introdotto in finanziaria, dal governo, che prevede la vendita dei beni confiscati. Menditto era in rappresentanza dell’Associazione Nazionale Magistrati della Campania.
Dott. Menditto, rispetto alla legge 109/96 che introduce per la prima volta in Italia il riutilizzo sociale dei beni conficati alla mafia, come si pone l’emendamento all’attuale legge finanziaria che vuole invece la vendita dei beni stessi?
È chiarissimo che questo emendamento e quindi questa modifica delle legge finanziaria tradisce la legge 109/96. Questa legge, per la quale Don Ciotti e Libera hanno dato l’anima, prevedeva l’utilizzo a fini sociali dei beni sequestrati e confiscati dallo Stato per due ragioni: in primo luogo per toglierli alle mafie; in secondo luogo, riutilizzarli per fini sociali, non solo perché è opportuno che ci sia una finalità sociale al bene ma anche per riaffermare la legalità dello Stato sul territorio. In sostanza nel bene dove viveva il mafioso oggi ci deve stare o una caserma dei carabinieri o un centro per disabili. Questo è stato fatto fino ad oggi. Se il bene invece viene venduto si tradisce lo spirito di questa legge.
L’approvazione di questo emendamento riporterebbe indietro la legislazione antimafia di circa ventisette anni…
Si torna assolutamente indietro, in quanto non si riuscirà a destinare i beni nei termini previsti dalla nuova proposta normativa. I beni quindi saranno venduti, andranno in mano ai privati, nel migliore dei casi, ma la maggior parte di essi ritorneranno alle mafie. Facciamo quindi un passo indietro terribile; per giunta la legislazione antimafia è una legislazione molto delicata e quando la si tocca, bisogna fare molta attenzione perché ci sono degli effetti dirompenti. Questa è una norma che apre uno spiraglio enorme anche per effetti che saranno visibili in futuro.
Con la lettura delle conclusioni affidata all’attore di “Fortapasc” Libero Di Rienzo, si chiude questa seconda edizione di “Contromafie” voluta da Libera. Il Manifesto è il frutto di circa diciassette gruppi di lavoro ai quali hanno partecipato 2500 persone e 100 relatori; esperti italiani ma anche stranieri provenienti dal resto d’Europa ma anche dal Sud America.Il documento, pubblicato di seguito, contiene non soltanto gli ulteriori impegni che l’associazione Libera e Don Ciotti intendono assumersi per il futuro ma soprattutto le richieste che la società civile e le associazioni che costituiscono il network di Libera fanno alla politica e alle istituzioni, per un paese davvero liberato dalle mafie.
Manifesto degli Stati Generali dell’Antimafia, per un paese liberato dalle mafie
Noi sottoscritti cittadini e cittadine, uomini e donne di ogni età, ci assumiamo la responsabilità di:
affermare nella nostra vita quotidiana i valori della pace, della solidarietà, dei diritti umani, della legalità democratica e della convivenza civile, contro ogni forma di violenza, d’illegalità, di negazione della dignità della persona;
promuovere e partecipare a tutte le iniziative, i progetti, le attività necessarie per liberare il mondo dalle mafie;
fare vivere la memoria delle vittime di mafia come testimonianza di un mondo giusto, consapevole, coraggioso e responsabile;

Le operazioni dei carabinieri e della Dia hanno portato ad ingenti sequestri di droga e beni , nel casertano, per 10 milioni di euro
Le manette sono ancora scattate contro esponenti del clan degli “scissionisti” di Scampia. Ieri mattina i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna, in provincia di Napoli, hanno eseguito un decreto di fermo che era stato emesso, lo scorso primo giugno, dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. “Associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di droga” sarebbe l’accusa con la quale dodici persone sono finite in carcere con l’aggravante dell’associazione camorristica degli “scissionisti”. Grazie alla collaborazione di alcuni pentiti di spicco come Maurizio Prestieri, boss di Secondigliano condannato a 24 anni di reclusione, gli inquirenti hanno potuto ricostruire le vicende legate alla vendita di sostanze stupefacenti.
Prestieri già nel 2008 dichiarava che il clan di Lauro fatturava, grazie alla vendita di droga, circa 52 miliardi di vecchie lire all’anno. Quella dei “sette palazzi” era una piazza di spaccio da sempre gestita dalla famiglia Prestieri e che successivamente, raccontano i pentiti, è stata acquistata dal clan degli “scissionisti” che l’affidavano a persone di loro stretta fiducia.
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Le operazioni congiunte di polizia e carabinieri hanno smantellato una delle più proficue piazze di spaccio e portato al sequestro di un istituto di vigilanza
L’organizzazione a Scampia era più che perfetta. Pusher ben nascosti, madri che li rifocillavano, calando con il “paniere” dal balcone pasti e bibite, file interminabili di tossicodipendenti, tra transenne e disciplinari, che quotidianamente acquistavano le loro dosi giornaliere. Ecco come si presentava la più proficua “piazza di spaccio”,quella dell’Osai del Buon Pastore, in via Ghisleri, al “lotto R” e che è stata smantellata grazie all’operazione coordinata dalla squadra investigativa del Commissariato di Scampia diretto da Michele Spina. Durante le lunghe e certosine indagini, gli inquirenti hanno localizzato le “piazze di spaccio” e focalizzato l’attenzione su quelle più redditizie.
Le investigazioni hanno riportato alla luce un sistema macchinoso e articolato di vendita delle sostanze stupefacenti. Il complesso edilizio del “lotto R” era ormai divenuto centro inespugnabile di attività illecite pianificate nei dettagli. Gli spacciatori vendevano droga direttamente dall’interno di uno degli edifici attraverso una fessura ricavata dal portone di ingresso, sbarrato con un apposito maniglione azionabile soltanto dall’interno. Ma pusher e spacciatori continuavano la loro opera criminale anche grazie al supporto di “vedette”cioè affiliati all’organizzazione che avevano il compito esclusivo di segnalare l’arrivo di forze dell’ordine e quindi facilitare la fuga. Il regno dello spaccio degli “scissionisti”, il gruppo camorristico che da anni si oppone al clan Di Lauro, coinvolgeva anche i condomini del “lotto R” che per accedere alle proprie abitazioni erano costretti ad attendere che gli spacciatori, quando era necessario, gli aprissero le porte di casa.
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