Quaderni e zainetti. Per terra, insieme a scarpe e frammenti di tessuti e di abiti. Saranno stati jeans di qualche giovanissimo. Appartenevano agli studenti dell’istituto “Francesca Morvillo Falcone” di Brindisi.

Ora sono di tutti. Dopo l’esplosione del 19 maggio scorso, quei quaderni e quegli zainetti che nelle foto divulgate giacciono per terra, mezzi bruciati e dilaniati, sono di tutti i cittadini italiani. La responsabilità è di tutti gli italiani onesti che hanno perso il coraggio di parlare e di denunciare. Ma di fronte ad una bomba esplosa in una scuola. Di fronte a studenti rimasti feriti e uccisi, in seguito ad un gesto che ripiomba il Paese in anni bui della nostra storia, di fronte al terrore e all’ennesima ferita aperta in seno alla democrazia. Come è possibile tacere? Qual è il senso di un gesto terroristico come questo?

Molti hanno rievocato il fantasma della stagione stragista e terroristica. Gli inquirenti, per adesso, sono sulle tracce del bombarolo e dei suoi complici. Le ipotesi sono tante. Dal delitto passionale, quasi immediatamente escluso, alla matrice mafiosa, a quella politica. Oppure un gesto di uno sconsiderato.

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Le parole di Rosaria Costa, dopo vent’anni, risuonano come un richiesta di giustizia, ma la verità è ancora lontana

“Vi perdono ma inginocchiatevi”. Le parole di Rosaria Costa, vedova dell’agente di scorta Vito Schifani, erano rivolte, durante i funerali di Giovanni Falcone e degli altri due agenti Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, agli uomini della mafia “perché –continuò – ci sono qua dentro”.

Parole rivelatrici di una mafia che si compone di uomini d’onore e pezzi delle Istituzioni. La precisazione era opportuna, durante i funerali di Stato, che furono celebrati il 25 maggio 1992. Una parte di Stato, infatti, “piangeva” quella parte di Stato che aveva fatto ammazzare. Gli uomini della mafia, che erano presenti quel giorno, non erano gli esponenti della mafia dei gabellotti e dei campieri di fine Ottocento. O la semplice mafia stragista, rappresentata dall’ala militare di Cosa Nostra.

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Storia e formazione politico-culturale dell`uomo che diede il contributo più grande alla legislazione antimafia

«Vigliacchi, vigliacchi!» Solo questo riuscì ad urlare un istante prima che il suo corpo fosse crivellato di colpi. Pio La Torre muore cosi, a Palermo, sotto il piombo mafioso il 30 Aprile 1982 insieme all’amico e collega di partito Rosario Di Salvo.

La scena, quella mattina, all’arrivo degli inquirenti, è straziante. La Torre è stato ammazzato e i colpi di arma da fuoco che hanno attraversato il suo corpo hanno restituito l’immagine di un uomo che ha sempre resistito. La posizione delle gambe, che fuoriuscivano dal finestrino dell’auto nella quale viaggiava, ha fatto intuire, ai primi tra forze dell’ordine e giornalisti che accorsero sul luogo dell’omicidio, che Pio La Torre, al momento dell’agguato, avesse reagito. Quella di La Torre, infatti, è proprio la storia di un uomo che seppe sempre reagire in grado di avanzare sul fronte della lotta alle ingiustizie e quello del contrasto alla mafia.

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Arrestato Luigi Felaco, figlio di Giuseppe Felaco referenti di una camorra imprenditrice di lungo corso sul territorio dei Campi Flegrei

Non si arrestano i colpi inferti al clan Polverino-Nuvoletta. La cosca camorristica, egemone a Marano e nei territori dei Campi Flegrei, subisce un nuovo colpo, con l’arresto di Luigi Felaco.

Gli uomini della Direzione investigativa antimafia (Dia), coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Napoli, lo hanno bloccato, lo scorso sabato 21 marzo, sulla spiaggia di “San Sossio”, località Miseno nel comune di Bacoli.

L’uomo, quarantenne, è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, con l’accusa di associazione mafiosa e spaccio di sostanze stupefacenti. Termina così la latitanza di Felaco.

Figlio di un altro e ben noto Felaco, Giuseppe, ex ras del clan Polverino-Nuvoletta, condannato a tre anni e sei mesi, in quanto ritenuto dai giudici “organicamente inserito nel clan Nuvoletta”.

Ma il ruolo di Giuseppe Felaco, soprannominato Peppe Nazzaro, risulta di fondamentale importanza nel settore dell’edilizia. Settore ampiamente finanziato dal reinvestimento dei capitali, prodotti dallo spaccio di sostanze stupefacenti, che vengono ampiamente commercializzate sul territorio flegreo e specialmente a Quarto.

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Arrestato l’ autore dell’ intimidazione, molti gli attestati di solidarietà dalle organizzazioni di volontariato

Accade ad Ercolano, in provincia di Napoli. Intimidazioni e minacce di morte sono state rivolte ai volontari di Radio Siani. I ragazzi della web radio della legalità, che ha sede in un appartamento confiscato a Giovanni Birra l’ex boss della locale cosca camorristica, sono stati anche oggetto di volgari insulti da parte di un uomo che è risultato essere pregiudicato e che gli inquirenti ritengono vicino proprio al clan Birra. Subito denunciato dai volontari della web radio, l’uomo è stato immediatamente arrestato dai carabinieri della tenenza di Ercolano guidati dal comandante Gianluca Candurra.

L’intimidazione si è consumata mentre una scolaresca, proveniente da Taranto, era in visita alla radio. L’aggressore, probabilmente sotto effetto di alcolici, dopo aver più volte minacciato di morte i giovani della web radio, è riuscito ad introdursi, armato di un’asta con anima in ferro,nella sede della redazione.

Trascinato via da un suo conoscente ha continuato ad inveire contro la radio urlando “Guarda sti scemi, fanno parte dell’antiracket… vi devo uccidere tutti”. I militari, che hanno sempre dimostrato attenzione e vicinanza alle attività di Radio Siani, sono infatti intervenuti subito, tranquillizzato i ragazzi e hanno arrestato l’uomo.

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Il dibattito svoltosi ieri preso la biblioteca comunale di Afragola. Grande partecipazione di istituzioni, forze dell’ordine e società civile

I beni confiscati sono un bene comune. Questo, in estrema sintesi, il messaggio al centro del dibattito svoltosi ieri alla Biblioteca comunale di Afragola. L’incontro, fortemente voluto dall’associazione Libera e dal Consorzio S.O.L.E.  della provincia di Napoli, è stata l’occasione per mettere attorno ad un tavolo, tutti gli attori della complessa vicenda del riutilizzo sociale dei beni sottratti alle mafie.

Tra i presenti i referenti regionali di Libera Campania, Geppino Fiorenza e don Tonino Palmese, Antonio D’Amore, referente provinciale di Libera per Napoli, Davide Pati dell’ufficio di presidenza di Libera, Marco Del Gaudio, magistrato della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Napoli e il giornalista de “Il Mattino” Marco Di Caterino.
Dal momento delle indagini patrimoniali a quello del riutilizzo sociale, magistratura, istituzioni amministrative e terzo settore, sono chiamati ad un grande sforzo di collaborazione e costruzione di sinergie, per combattere la battaglia contro le mafie.

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Esperti ed esponenti dell’associazionismo e del terzo settore per una giornata sul riutilizzo sociale di questi patrimoni

l riutilizzo sociale dei beni confiscati alla luce del nuovo codice Antimafia”. Se ne parlerà ad Afragola il prossimo 12 aprile, presso la biblioteca comunale in via Firenze.

Il convegno-dibattito, fortemente voluto dal coordinamento provinciale di Libera Napoli e dal Consorzio S.O.L.E. della Provincia di Napoli, sarà l’occasione per focalizzare l’attenzione sui problemi relativi al riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, connessi alla nuova normativa introdotta con il cosiddetto Codice Antimafia.

Specialmente in relazione ai molti beni confiscati che insistono, ancora inutilizzati, sul territorio del Comune di Afragola. Ci sono beni di ogni sorta, ad Afragola. Secondo i dati dell’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati alle mafie, infatti, risultano, ad oggi, al patrimonio indisponibile del comune unità immobiliari destinate ad uso commerciale o abitativo, ettari di terreni, e decine di aziende.

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Brevi…a sinistra

A pochi giorni dalle elezioni amministrative che si terranno il prossimo 6 e 7 maggio, sale l'allerta della prefettura ed aumentano i controlli delle forze dell'ordine. Ancora una volta è compromesso il normale svolgimento delle funzioni democratiche e seriamente compromessi i diritti di tutti i cittadini di esprimere le loro preferenze senza condizionamenti e costrizioni. Minacce, intimidazioni, liste cancellate e nomi non candidabili sono il risultato di questa prima fase di controllo e monitoraggio.
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