Presentato a Napoli il nuovo libro di Francesco Forgione.
Che l’Italia esporta la mafia è un dato di fatto. Ma che le istituzioni preposte al contrasto non avessero un quadro chiaro dei traffici e del peso delle implicazioni politico-mafiose all’estero, lascia davvero sgomenti. A rilevarlo sono le pagine del nuovo libro di Francesco Forgione, già presidente della Commissione Parlamentare Antimafia dal novembre 2006 allo scioglimento anticipato delle Camere nel febbraio 2008.
Il nuovo lavoro di Forgione, che è stato presentato a Napoli in due eventi, presso la Sala della Loggia al Maschio Angioino e presso la Facoltà di Giurisprudenza, rappresenta quello che sarebbe dovuto essere il risultato del lavoro della Commissione Antimafia o magari una relazione della Direzione Nazionale Antimafia. Una trattazione chiara, dunque, su cosa vuol dire il cosiddetto “made in Italy” mafioso, che inevitabilmente traccia una linea discontinua, almeno dal punto di vista delle strategie politiche economiche e finanziarie del contrasto.
È lampante il problema del riciclaggio di danaro “sporco”, un nodo centrale dell’antimafia giudiziaria, che stenta ad essere risolto anche grazie ad atteggiamenti politico-imprenditoriali, quantomeno ambigui. In questo senso, non agevola la lotta antimafia, per esempio, una legge come quella dello “scudo fiscale” che permette il rientro di capitali dall’estero e che garantisce l’anonimato di chi li fa rientrare.



Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all’unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.
Quando le “bufale” della politica causano “travasi di bile” il magistrato sente l’esigenza di scrivere. A farlo, questa volta, è Antonio Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo e autore del libro “C’era una volta l’intercettazione” presentato lo scorso mercoledi a Napoli presso L’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. «Ho scritto questo libro ― dichiara Ingroia ― specialmente per informare su un tema di attualità che è cruciale». La riforma sulle intercettazioni, che lo stesso autore del libro non esita a definire controriforma, pone una reale questione d’emergenza che non è quella su cui l’attuale maggioranza di governo basa la sua proposta, cioè l’esigenza di tutelare la privacy degli italiani.
La cosiddetta “monnezza” è l’affare d’oro della camorra. Ma non è solo la criminalità organizzata ad avvantaggiarsi della fantomatica emergenza rifiuti. In Campania c’è un sistema complesso che, dal 1962 con la prima legge speciale, vede i camorristi in prima linea fare affari con imprenditori, appoggiati però da speculatori e politici corrotti. Sono loro i “Galli sulla monnezza”, raccontati dal libro di Rossella Savarese che è stato presentato mercoledì alle Terme Puteolane su iniziativa del “Coordinamento Civico Flegreo”.









